Se ci aspettavamo il folklore tipicamente sardo nella visione artistica di Roberto Ortu stavamo sbagliando candeggio. La Sardegna ritrovata e vista attraverso gli occhi di un osservatore cresciuto a San Sperate potrebbe regalarci un vissuto raccontato con il senno di poi. Forse l’unico modo per raccontare Roberto è far parlare lui e se fosse per immagini diventerebbe un racconto estetico perfetto da vedere. Le recenti collaborazioni con Antonio Marras mostrano un’inedita Barumini prima (Giacomo Pisano ne ha parlato qui) e una Sardegna ferita nel cuore di Montiferru poi (qui). L’ultimo suo lavoro è ambientato sulle dune di Piscinas nel videoclip di Marco Mengoni “Due vite”, una produzione Borotalco.Tv – B-Movie per Sony con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione Sardegna Film Commission.
Il suo percorso formativo comincia all’Istituto Europeo di Design a Cagliari e grazie al suo talento procede senza sosta affermandosi in pochi anni come regista e art director nel mondo della moda e della musica, sempre di pari passo. Risale circa al 2013 uno dei suoi primi corti: “A shadow of body” che venne pubblicato su Vogue Italia e selezionato da Asvoff, A Shaded View on Fashion Film, un festival di film di moda fondato dall’iconica giornalista e talent scout Diane Pernet. Per l’esperienza lavorativa consumata letteralmente in giro per il mondo potrebbe aver vissuto due o più vite e oggi annovera tra i suoi clienti nomi di tutto rispetto, dei quali lui non ama troppo parlare, preferisce raccontare attraverso le immagini. Se qualcosa che ha intorno cattura la sua attenzione, deve immagazzinare all’istante il ricordo di quel momento, così come ha fatto alla fine della nostra intervista fotografando un insolito costume in maschera di un bambino particolarmente creativo. Per citare una minima parte del suo portfolio collabora con Dior, Church’s, Gucci, Jil Sander, fino a giovani e promettenti artisti musicali, come Joan Thiele.
Conosciamo meglio il suo punto di vista.

Roberto, parlando con te subito ci si rende conto di un approccio di condivisione che hai verso il lavoro, come succede?
Siamo questo e basta con me non funziona. Ho bisogno di appunti, di uno sforzo di conoscenza. Ecco, entrare a gamba tesa con la mia creatività non è quello che cerco, entro dentro una dinamica e la voglio conoscere. Ogni volta che comincio un nuovo progetto devo capire e vedere cosa sto per fare. Voglio interfacciarmi con chi ha creato una certa collezione o composto un pezzo musicale per potermi immaginare una comunicazione di quell’idea. Ho bisogno di un input da cui partire per elaborare in maniera coerente e fruibile quello che sto per interpretare. Magari ho già una visione finale, ma è fondamentale che abbia la libertà di sviluppare tutto il processo creativo con i protagonisti che sto filmando o dirigendo. Insomma ogni lavoro diventa, in corso d’opera, una condivisione di vedute.
Si deduce che per te è importante lavorare dentro una famiglia. Lavori sempre con le stesse persone?
Intanto non è detto che tu scelga sempre le stesse persone per lavori diversi. Hai delle affinità in quel preciso momento ed è bello creare una famiglia che diventa un viaggio. Inizia e finisce come un viaggio, puoi essere cresciuto con quella famiglia, ma per me diventa necessario poter scegliere un nuovo team e ricreare quella fiducia e stabilità che è necessaria alla durata del lavoro. Dal lato artistico e dal lato tecnico la libertà viene prima di tutto nell’approccio alle scelte.
E qui mi viene da chiederti dove ti senti più nei tuoi panni quando dirigi un progetto: moda o musica?
Nella moda bisogna capire cosa ti chiedono. Potrebbe essere un lavoro puramente commerciale come una campagna e devi trasferire, in video come nel mio caso, la fruibilità di un prodotto. In quel caso la creatività è totalmente al servizio della tecnica o dello scopo. Nella moda però c’è molto spazio per trasmettere tutto un mondo dietro al prodotto che mi permette di esprimere la mia estetica personale pur avendo quei limiti commerciali di cui stiamo parlando, in ogni caso é interessante il modo in cui lo fa. Quello che è difficile e impalpabile è proprio il modo. Tralasciando tecnica e perfetta esecuzione rimane il contenuto: trovo interessante la ricerca stilistica, per esempio nei film la scelta estetica crea un contenuto talvolta più importante della trama. Nella musica quando immagini un video lavori insieme alla persona, è tangibile. In ogni caso è una gran fortuna lavorare sia nella moda che nella musica perché entrambi gli ambiti hanno un approccio commerciale e artistico diverso.
Quanto è presente la Sardegna nel tuo lavoro?
La pandemia ha giocato un ruolo fondamentale nella riscoperta della mia storia. L’ho frequentata ora accorgendomi che avevo una certa familiarità con i luoghi e la luce che vedevo. La interpreto da un punto di vista folkloristico, ma minimalista. Vedo una bellezza di spazio oltre che di ricamo.
Ultimo lavoro.
Lancio del denim di Moschino, esce ad aprile.
Ultimo luogo calpestato.
Francoforte, lavoro finale degli studenti della scuola d’arte Städelsches Kunstinstitut und Stadtische Galerie. Molto bello vedere che la scuola è parte integrante della città dove giornalisti, galleristi e addetti al settore hanno dato una concreta opportunità di visibilità agli studenti.










