La collezione moda primavera/estate 2022 dello stilista algherese Antonio Marras è un film che rivisita la tragedia di fuoco vissuta dalla Sardegna nel luglio di quest’anno. Cuglieri, Sennariolo, Tresnuraghes, Flussio, Modolo, Tinnura, Suni, Santu Lussurgiu, Scano Montiferro, Sagama, Macomer, Arzana e Villagrande, la lista dei comuni colpiti è lunga e dolorosa e Marras elegge il luogo del martirio a possibile teatro di rinascita.
L’incredibile scenario di distruzione che ospita la sfilata di Antonio Marras è ciò che rimane della foresta del Montiferru dopo giorni di fiamme che hanno devastato l’Isola. Un ambiente apocalittico, una ferita aperta, che non può essere nascosta. La scelta è quella di risorgere, quella di riportare vita, amore e creatività dove sono state annullate e quasi cancellate per sempre. La scelta è quella di raccontare una storia, come ormai da tempo Marras ci ha abituato, che parla di consapevolezza con la leggerezza di un mormorio, di poche parole, di un frusciare simile al vento, e con lo sguardo serio di modelle e modelli ad accompagnare una collezione elegante e fiera, ricca delle suggestioni immaginifiche di Antonio.
Sovrapposizioni, trame complesse che intrappolano i colori della terra, ricami floreali a simboleggiare che, con la giusta cura, questa foresta potrà vivere nuove primavere e insieme tonalità di verde scomparse a contrastare la cenere di un terreno reso arido, su un tappeto sonoro sospeso tra il dolore della cronaca assordante e l’intimità della preghiera. Grida, elicotteri, fumo alternati a una delicata passeggiata sul terreno ingiuriato, col passo morbido di chi non vuole recare altra offesa. Lunghezze che appartengono a mondi lontani, pizzi candidi e fiocchi retrò a inseguire un’eleganza contemporanea nuova, un decoro sobrio ma sempre ricercato, negli accostamenti, nei volumi e nei dettagli. I fili porpora, colore simbolo della maison, pendono dagli abiti, si arrampicano sulle giacche, attraversano colli e braccia e infine provano a suturare questa ferita grande.
Come architetture mobili, dalle linee morbide, gli abiti animano la desolazione dei tronchi bruciati, delle cortecce lacerate, in cammino costante, tra la rassicurante e malinconica ninna nanna di Elena Ledda e Adele Madau, come in una processione intima e ieratica.
Bianco purificatore, azzurri cielo e ancora fiori rossi stampati a dare profondità sia per l’uomo che per la donna, alla ricerca di uno scambio di energie e di una comunità d’intenti, composti con la delicatezza dei cieli nei quadri del Tiepolo. La sfilata è un’ascesa, fisica nella salita fino alla cima, simbolica nella amara comprensione che una terra ingiuriata rischia l’oblio. Ecco che allora la moda, grazie alla creatività e alla capacità di immaginare, diventa speranza e veicolo per la ricerca di un destino diverso, in cui le ferite sono solo memoria.
Ma una ferita non è solo dolore, ha almeno due pregi: il primo ricordarci ciò che conta, ciò che amiamo e che va difeso. Il secondo è che la ferita unisce: nelle cicatrici dell’altro riconosciamo le nostre, come allo specchio, e possiamo così trovare un terreno comune dove ricostruire la vita muovendo i passi gli uni accanto agli altri, verso un futuro migliore.
Tutte le foto sono di Daniela Zedda










