Pochi fronzoli o giri di parole, che piaccia o meno, siamo davanti a un disco mastodontico, rivoluzionario, che ha segnato il cambio di rotta del quartetto londinese e l’esistenza di un’intera generazione. Un disco di nove tracce amalgamate in un’unica suite che racconta la follia e i mali dell’uomo occidentale percorrendo territori sonori fino ad allora ancora inesplorati; un disco che a distanza di 50 anni è ancora straordinariamente attuale, sia a livello intellettuale che musicale; un concept album confezionato con una delle copertine più iconiche della storia della musica che rimarrà in classifica per 958 settimane e che è ancora sul podio dei dischi più venduti di sempre. Questo è ‘Dark Side Of The Moon’, cinico, nichilista, sconcertante, una perla sonora di incommensurabile bellezza che con il suo fascio multicolore illumina da mezzo secolo il lato oscuro di quanti si ostinano a sopravvivere nella loro quieta disperazione.

Cosa fa perdere il lume della ragione alle persone dotate di una marcata sensibilità? Forse è stata questa la domanda per la quale Roger Waters cercava risposte. L’esperienza con Syd Barrett e con l’insorgere dei suoi problemi di salute mentale, probabilmente erano stati i fattori scatenanti. Da qui parte la riflessione sui mali della cultura occidentale, un’indagine contemplata attraverso un modo di scrivere più diretto rispetto alle produzioni precedenti e con l’ausilio di trame compositive e soluzioni sonore all’avanguardia. ‘The Dark Side The Moon’ rappresenta una netta spaccatura dal recente passato dei Pink Floyd, il brusco risveglio della generazione hippie che fa i conti con il fallimento delle sue utopie affogate nell’acido lisergico; la società schizofrenica, alienata e repressa, che viene messa davanti allo specchio delle sue contraddizioni vincolate dal denaro, dal potere, dalla follia della guerra e dalla paura della morte.
L’album che Waters e i soci Nick Mason, Richard Wright e David Gilmour stanno completando nell’inverno del 1973 presso li studi di Abbey Road è frutto di una lunga gestazione. I brani sono stati suonati, sperimentati e perfezionati nei concerti del tour dell’anno precedente, praticamente il nuovo disco viene promosso prima ancora che venga registrato e pubblicato. Il risultato è un mosaico di molteplici tessere sostenute da un armamentario di effetti sonori, un caleidoscopio mai sentito prima plasmato su una suite di nove brani senza soluzione di continuità, che a fine incisione lascia sorpresi per primi i suoi stessi creatori.

Suggestioni elettroniche, suonerie meccaniche, orologi, monete, registratori di cassa, aeroplani che esplodono, battiti cardiaci, frammenti di interviste, risate, il sassofono di Dick Parry, la voce di Clare Torry, i cori femminili di Doris Troy, Lesley Duncan, Liza Strike e Barry St.John, il genio di Alan Parsons, sintetizzatori, soluzioni stilistiche decisamente più brevi e melodiche, sono le caratteristiche più evidenti di questo concept album che segna lo spartiacque fra quello che il quartetto londinese aveva prodotto fino ad allora e quanto farà dopo.
Questo si percepisce già dall’intro ‘Speak to Me‘ e da ‘Breathe‘, respiro cinico, primordiale, compendio di quanto accadrà di lì a poco nel disco. La nevrotica ‘On the Run‘ è la trasposizione della paura di volare di Waters in un ordito ossessivo di psichedelia elettronica che anticipa il ticchettare dei mille orologi catturato dall’ingegnere del suono Alan Parsons che porta dritti a ‘Time’, una delle perle dell’album, impudente manifesto dell’inesorabile scorrere del tempo che conduce all’ultimo respiro (‘Breathe Reprise’) e alla consapevolezza della morte che appare in tutto il suo dramma e con il suo affascinante mistero sin dalle prime note di ‘The Great Gig in The Sky‘, interpretata dalla sublime voce di Clare Torry – suggerita alla band da Parsons – un magistrale manifesto canoro al fatalismo di matrice positivista.

La seconda facciata del disco si apre ancora con Alan Parsons e il tintinnare di monete e registratori di cassa che fanno da preludio a ‘Money‘, un pezzo in 7/4, atipico per la musica pop-rock, tributario del “Memphis Soul” di Booker T. & the M.G.’s e della musica afro-americana, che scandaglia il perverso rapporto fra l’uomo e il denaro. ‘Us And Them‘ è un brano recuperato dal 1969, inizialmente scritto e inspiegabilmente scartato da Michelangelo Antonioni per la colonna sonora di ‘Zabriskie Point‘, che anticipa il tema del ribrezzo per le atrocità e la crudeltà della guerra, protagonista delle successive produzioni della band e in particolare delle composizioni di Waters, che nei due conflitti mondiali aveva perduto il nonno George Henry e il padre Eric. ‘Any color you Like’ è un bridge strumentale che conduce a ‘Brain Damage’ dove aleggia la presenza di Syd Barrett e dove l’argomento della follia prende il sopravvento con l’allegoria del The Dark Side Of The Moon – suo titolo originale – il lato oscuro delle persone che si fa fatica a vedere e a comprendere. Questione spinosa, che riemerge nel finale di ‘Eclipse’ (titolo pensato per l’album ma poi scartato) attraverso lo sprezzante spettro del tramonto che porterà alla morte totale e al buio della notte perpetua, con la nichilistica consapevolezza della frase finale recitata da Gerry O’Driscoll, allora portinaio degli Abbey Road Studios : “In realtà non c’è nessun lato oscuro della luna. Di fatto è tutta scura”. Il battito sfuma, il disco è finito e in lontananza si percepisce appena ‘Ticket to ride’ dei Beatles.
A impreziosire il tutto si aggiunge la copertina, una delle più popolari della storia delle produzioni musicali, con l’iconico prisma rifrangente, sviluppata da George Hardie dello studio Hipgnosis di Storm Thorgerson che invece si occuperà del design.
Pubblicato il primo marzo del 1973 ‘The Dark Side Of The Moon’ sarà uno dei più grandi successi commerciali di sempre. Un disco che a dispetto dei suoi 50 anni suona oggi tutt’altro che obsoleto, così come le liriche, esplicite e meno, che sono ancora di sconcertante attualità; un capolavoro di stile, patos e meticolosa bellezza che a discapito del tempo che fugge, continua ad illuminare il cammino di chi non vuole ancora arrendersi all’oscurità.
Dopo il successo planetario i Pink Floyd si trovarono in difficoltà, erano smarriti, non sapevano più cosa suonare e cantare. Ma anche nella criticità Syd stava in qualche modo ancora con loro e da questa presenza eterea ripartirono per incidere un altro grande capolavoro che corrisponde a ‘Wish You Were Here‘. Poi arriveranno anche ‘Animals’ e ‘The Wall’ e scusate se è poco.











