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Al Ard Film Festival premia la storia della famiglia palestinese uccisa dalle bombe a Gaza e le voci dei migranti rinchiusi nei Cpr

Di Maria Carrozza
01/03/2023
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti
Al Ard Film Festival premia la storia della famiglia palestinese uccisa dalle bombe a Gaza e le voci dei migranti rinchiusi nei Cpr

Storie di persone, di luoghi, identità, esilio, guerra, speranza e resistenza, di diritti negati e istanze per le libertà. E poi ricordi, mancanze, difesa delle proprie radici, crisi economiche e ambientali. Così la realtà della Palestina e del mondo arabo è raccontata nei trenta lavori cinematografici selezionati al diciannovesimo Al Ard Film Festival.

La locandina del film Not Just your Picture. The Story of the Kilani Family

Sabato scorso a Cagliari, all’appuntamento organizzato dall’associazione culturale Amicizia Sardegna Palestina ODV, si è tenuta la cerimonia di proclamazione e premiazione dei film vincitori dei riconoscimenti assegnati dalla giuria del festival e dal pubblico.

Sette i premi, con il Premio Miglior opera in gara Al Ard 2023 è andato a ‘Not Just your Picture. The Story of the Kilani Family‘, di Anne Paq e Dror Dayan (Germania, Qatar 2019), perché “racconta la storia di una famiglia palestinese (padre, madre e cinque figli) morta sotto i bombardamenti a Gaza, mentre altri due figli vivono i Germania, emblema della situazione della gran parte delle famiglie palestinesi disperse nel mondo”. Il pubblico ha premiato ‘Sulla loro pelle’, di Marika Ikonomu, Alessandro Leone, Simone Mandail, che “attraverso immagini e testimonianze coraggiosamente raccolte, accende una luce sulla violazione dei diritti umani che si consuma all’interno dei centri per il rimpatrio dei migranti presenti anche in Sardegna, a testimonianza dell’universalità dell’oppressione che colpisce gli esclusi di tutto il mondo”.

La regista Sophie Welsh

Le premiazioni sono arrivate a conclusione di cinque serate, che da martedì scorso hanno proposto al Teatro Massimo proiezioni, incontri con registi palestinesi, arabi, italiani e internazionali.

Tra questi, nella serata di mercoledì scorso, tre ospiti: la designer, artista e regista tedesco – inglese Sophie Welsh, l’ex artista rap, regista, giornalista e conduttore radiofonico libanese Salim Saab e il regista di Parma Matteo Ferrarini, che con i loro film hanno trasportato il pubblico tra Damasco, Beirut, Il Cairo e l’Europa.

Nel cortometraggio ‘Memories of Al Yarmoukb‘ (Paesi Bassi 2022, 15’) Sophie Welsh intervista alcuni esuli in Europa provenienti campo profughi Al Yarmook, a Damasco, distrutto e abbandonato durante la guerra civile siriana. “I ricordi si affievoliscono come passa il tempo”, dice un giovane, tra le voci raccolte. È come la descrizione di un lutto. Una donna disegna una sorta di mappa, con le strade del suo quartiere distrutto e mostra un punto in cui c’era la sua casa. Un’altra mostra una foto strappata alla devastazione. Un racconto intimo che sa di mancanza.

Un’immagine dal film di Salim Saab Toxic Hope

Indugia su sguardi, particolari del corpo, posture delle sue testimoni il mediometraggio di Salim Saab ‘Toxic Hope‘ (Libano 2022, 41’), che parla della speranza (una fiammella di speranza “un po’ tossica, come quella degli amanti feriti”, commenta il regista dopo la proiezione del film) che il Libano torni a fiorire dopo la guerra, la recessione economica, la protesta del 2019. Un Paese che non si abbatte, anche di fronte a un disastro dalle dimensioni impressionanti come quello dell’esplosione nel porto di Beirut, in piena emergenza Covid: oltre 200 morti. Toccante la testimonianza di una donna che racconta la giornata dell’esplosione. Un piano sequenza riprende dei manifesti, affissi uno accanto all’altro, con i disegni dei volti delle 200 vittime. Quelle persone ci sono, “contano”. Il film chiude il cerchio della riflessione con l’intervista al padre del regista, giornalista e scrittore, che racconta il Paese dagli anni della guerra fino ad arrivare a quelli attuali della crisi economica.

A sinistra il regista Matteo Ferrarini a Cagliari con Wasim Dahmash (già docente di Lingua e Letteratura araba, Università di Cagliari)

Matteo Ferrarini ripercorre il clima di un’altra rivolta, quella del 2011 in Egitto, attraverso tre voci di attivisti, due esuli e uno ancora a Il Cairo, raccolte a partire dal 2019. Il suo film s’intitola ‘Ethbet!, Resisti!’ ( Italia/Francia/Belgio 2021, 73’), che è lo slogan urlato dai rivoluzionari in piazza Tahrir durante la rivolta iniziata il 25 gennaio di dodici anni fa. “Ciò che mi ha colpito dell’accaduto è l’approccio dell’Occidente che nel 2011 ha messo le luci su questi rivoluzionari, che sono diventati degli eroi. Dopo due o tre anni, quando è ritornato un regime peggiore, ci si è dimenticati completamente – ha spiegato il regista – Per questo ho deciso di fare un film dieci anni dopo la primavera araba e soprattutto in un anno in cui il nostro Governo ha venduto delle armi al regime di al Sisi. Il nostro Paese, da una parte chiede giustizia per Giulio Regeni, dall’altra appoggia il regime senza nasconderlo troppo e così si entra in una dicotomia che non ha senso”.

Nell’immagine in evidenza un momento della premiazione a Cagliari al XIX Al Ard Film Festival

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