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Il telescopio James Webb ci ricorda la bellezza di essere infinitamente piccoli

Di Valeria Martini
14/07/2022
in Comunicazione e società, scienza e innovazione
Tempo di lettura: 4 minuti
Il telescopio James Webb ci ricorda la bellezza di essere infinitamente piccoli

In questi giorni sono state rilasciate le prime immagini che il telescopio James Webb è riuscito a catturare con fotografie a infrarossi in una parte del nostro cosmo distante 4,6 miliardi di anni luce, quando la terra non si era ancora formata. Le immagini mostrano, inoltre, galassie distanti anche 13 miliardi di anni luce e tutto appare piccolissimo.

LEGGI ANCHE James Webb, ecco le prime immagini più profonde dell’universo di Manuel Usai

È semplicemente meravigliosa l’immagine di quella che sembrerebbe essere una scoscesa catena montuosa nella Nebulosa Eta Carina ma che, in effetti, è una recente regione di formazione stellare.

Il cosmo è enorme e contiene galassie, nebulose, ammassi che a noi appaiono come puntini luccicanti nel cielo e tra questi, il granello di sabbia nella vasta arena che il cosmo è, siamo proprio noi.

Noi terrestri, la Terra e i pianeti del sistema solare col nostro sole. Lo sguardo più in là non fa che rammentarci che siamo un’infinitesima parte, non insignificante ma anzi, col suo senso, preciso e puntuale.

Non esiste nulla nel creato che non abbia un suo perché, e anche se alcune questioni sono davvero troppo grandi e forse segrete per essere completamente comprese, probabilmente la piccolezza che rappresentiamo ha un suo peso, quel tanto da spingerci a continuare a cercare, a continuare a farci domande. Se è vero che il grande comprende il piccolo, è altrettanto vero che il piccolo comprenda il grande solo fino a un certo punto. Dobbiamo forse accontentarci di questa condizione e cercare di fare la nostra parte nello scacchiere più ampio che è la vita-una. Le immagini del Webb ci mostrano che esiste un prima e un poi e che il prima primissimo possiamo vederlo oggi, ma anche che il poi-chissà-quando esiste già nelle pieghe del cosmo.

Cosa davvero ci resta come valenza per vivere bene?

Il presente, con il suo insegnamento sulla potenza che ogni attimo può sprigionare e che le nostre azioni, buone o cattive, sono le cause presenti di effetti futuri. Ci resta anche la consapevolezza che perfino un granello di sabbia non sia in vita per caso, che probabilmente c’è un progetto di una grande mente che si è scomodata per estroflettere il suo pensiero in quello che è osservabile ad occhio nudo, al microscopio e al telescopio.

Come possiamo condurre la nostra piccolissima esistenza in una sorta di buon equilibrio col tutto?

Facendoci delle domande, volgendo lo sguardo oltre noi stessi, senza dare per scontato che il nostro punto di osservazione sia quello giusto e tantomeno quello definitivo. Proviamo, lungo la nostra traiettoria personale, a fare un passo laterale e poi rientrare sulla direzione presa e consideriamo per un attimo il lavoro degli studiosi della Teoria della Gestalt che negli anni ’20 del secolo scorso, con le loro ricerche sulla percezione, ci hanno mostrato quali accomodamenti facciamo per comprendere il mondo. Percepire significa spiegare a noi stessi la realtà la quale, sarebbe bene ricordarlo sempre, non potrà mai essere davvero descritta in termini assoluti. Gestalt può essere tradotto come forma e questi teorici hanno studiato il modo in cui organizziamo la nostra percezione, per lo più visiva, entro delle forme che ci consentono di capire il mondo e lo facciamo con dei raggruppamenti. Un esempio?

Tra i principi di raggruppamento pensiamo a quello di vicinanza che fa sembrare degli oggetti vicini tra loro come maggiormente correlati rispetto ad oggetti che stanno a una più grande distanza. Ma è un fatto puramente percettivo e che risponde alle nostre capacità mentali e all’energia bio-psichica che abbiamo a disposizione la quale, non essendo infinta, ci porta a fare economia, quindi a trovare scorciatoie e semplificare il più possibile. Noi siamo dei traduttori, basti pensare che i segnali visivi che arrivano alla nostra retina vengono poi trasformati in altro, secondo unità di misura che abbiano senso dentro il nostro cervello. E si sa, tradurre è un po’ tradire. Inoltre, noi siamo creatori, ricercatori e utilizzatori di euristiche, ovvero scorciatoie di ragionamento che ci servono per capire qualcosa, ma non proprio tutto, in tempi brevi e consumando poca energia o il meno possibile. Forse di questo potremmo tenerne conto quando, con arroganza e violenza vogliamo far prevalere la nostra parzialissima comprensione dei fatti su quella degli altri. Poiché l’energia ci serve moltissimo, siamo sensibili a una sua perdita e su questa necessità, allargando il raggio del ragionamento fatto fino a qui, si basano i conflitti e le prepotenze degli esseri umani. La lotta a chi preserva e accumula più energia.

Piccolo approdo abbastanza sicuro

Siamo partiti dal cosmo e siamo giunti alle nostre molecole di energia individuale ma è così che possiamo affrontare la grandezza della vita, l’immensa sua proprietà di ricombinare i suoi stessi elementi, ricordando che dobbiamo fare degli aggiustamenti ma che questi non rappresentano la realtà ultima e che ha senso prevaricare le posizioni degli altri quanto lo avrebbe indossare una tutta di amianto per attraversare il deserto. La consapevolezza del limite e della relatività della nostra posizione possono aiutarci ad aprire la mente, ad essere umili ma gioiosi, a considerare che vicino non è necessariamente meglio e che lontano non debba essere catalogato d’ufficio come nemico o ostile. L’ignoranza sulle cose della vita, tuttavia, sulle scoperte scientifiche, su quelle antropologiche, sociali, artistiche, psicologiche, non fa che produrre in noi quel bieco senso di separazione che, come ci mostra il telescopio spaziale del signor Webb, è tutt’altro che sensato giacché non solo è tutto un grande athanor in cui cuociono gli elementi, ma che possiamo perfino ritrovare il prima e immaginare il poi nell’infinita bellezza del possibile, piccolo o grande che sia, adesso.

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