Siamo subito chiari, questo disco è un capolavoro. Potrei, come già scritto poche volte, chiuderla qua ma la tensione verso l’ascolto ripetuto (sono alcune settimane che monitoro quest’album) di tale lavoro è così forte che il necessario discuterne è automatico, obbligatorio, necessario, giusto.
Abbiamo già parlato dei “The Body” su Nemesis Magazine (qui il link) circa un anno fa ed eravamo tutti consci della loro potenza sonora ed emotiva ed ora siamo qua a continuare a tesserne le lodi soprattutto per la varietà della loro proposta musicale. Questa volta, poi, non sono soli, ma coadiuvati dai Big Brave (canadesi, ops, per chi segue questa rubrica noterà la mia ammirazione verso questa terra ed i suoi frutti) per quest’ opera “Leaving None But Small Birds” che supera ogni limite del possibile immaginario di chi, come me, legge il nome dei The Body in copertina e pensa al tipico diluvio universale di suoni oscuri e affilati come lame.
Non è una esercitazione quindi, ripeto, non è un’esercitazione, bensì un’opera di 38 minuti composta da 7 componimenti di folk acustico dissonante sognante liturgico, quasi una sorta di canzoni, preghiere e danze del nuovissimo millennio – sezione globale anziché europea stavolta – in cui la fusione delle due band è pressoché totalmente omogenea e crea un flusso unico in cui la voce – superiore, eterea – di Robin Wattie guida le danze, anzi le preghiere, le litanie.
Tutto l’album è come un unico componimento in più parti dove l’oscurità tipica dei The Body viene diluita dalle scelte acustiche che ci regalano quindi quasi una versione più spirituale dei Sol Invictus ad una frequenza tipica di un mantra che entra come la punta di una freccia avvelenata al nostro interno e non conviene assolutamente che sia estirpata.
Lasciamola quindi entrare in noi che forse quel veleno potrà non essere dannoso, anzi.
ASCOLTA SU SPOTIFY “LEAVING NONE BUT SMALL BIRDS”
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