Sono anni che rimanere atterriti per ogni uscita dei The Body è cosa buona e giusta, ogni loro lavoro è un capolavoro di industria chimica che mescola dolore, claustrofobia, asfissia e non è un caso e nemmeno un eccesso di arroganza che la press reciti: “Absolutely no one makes music like The Body”, perché è vero e la Thrill Jockey lo sa bene.
E quindi, così sia anche per “I Have Fought Against It, but I Can’t Any Longer”, 2018
I più letterati di noi riusciranno già solo dal titolo a sospettare quale possa essere il tema portante dell’album, successore di “No One Deserves Happiness” (Vi do un indizio: l’ultima lettera di Virginia Woolf), nel mentre Lee Buford e Chip King ci prendono per mano con inusuale gentilezza in “The Last Form of Loving” per poi gettarci in un pozzo senza fondo dove grida lancinanti, ritmiche serrate come ganci che lacerano le nostre carni prima con strappi violenti e poi con tensioni lente ma ma inesorabili compiono il loro maledetto lavoro.
Rimanere paralizzati durante l’ascolto sarà quindi immediato, mentre l’album scorre inesorabile miscelando come in un frullatore impazzito assalti black metal, momenti sincopati dub, musica classica, elettronica, noise, e dove i numerosi ospiti (Chrissy Wolpert degli Assembly of Light Choir, Kristin Hayter aka Lingua Ignota, Michael Berdan degli Uniform e Ben Eberle dei Sandworm) esaltano questa eterogeneità santificando l’unico scopo di quest’opera: annichilirci.
Ed è così che ci sentiamo dopo i circa 50 minuti inesorabili di questo ennesimo grande lavoro dei The Body, quando al termine degli 8:32 di “Ten Times a Day, Every Day, a Stranger” ci ritroveremo a riaprire i nostri occhi forse non perfettamente consci di quanto abbiamo appena vissuto
E quindi, così sia.









