“Un’idea di Museo che non ci appartiene. Non condividiamo nessun punto di questa nuova programmazione che vuole trasformare il Museo delle Maschere in un semplice ‘bigliettificio’ a discapito della qualità dei servizi e della professionalità degli operatori; la nostra è una visione di gestione completamente opposta a quella prevista nel nuovo progetto”. Con queste motivazioni Mario Paffi, fondatore e presidente della cooperativa Viseras, ha comunicato pochi giorni fa con un lungo post su Facebook la decisione di non partecipare al bando per la nuova gestione del Museo delle Maschere di Mamoiada.
Il Museo | Le Maschere Mediterranee esposte a Mamoaida (museodellemaschere.it)

Una scelta che ha destato molta preoccupazione nel panorama culturale in Sardegna: Viseras ha gestito il museo sin dalla sua nascita, nel 2001, trasformando una piccola realtà locale in uno dei punti di riferimento dell’etnografia e della cultura in tutto il Mediterraneo. Non si contano in questi anni i visitatori e le visitatrici da tutto il mondo, le scuole coinvolte con laboratori e progetti, le collaborazioni, le reti con altre realtà isolane create per diffondere la cultura del carnevale e le tradizioni più antiche sarde e mediterranee. Non un semplice spazio espositivo delle celebri maschere mamoiadine, ma un gioiello di saperi condivisi, archivio di documenti, testimonianze e immagini del carnevale barbaricino che ha attratto studiosi e ricercatori di tutto il mondo. Eppure pare che tutto questo oggi non sia più sufficiente: nel bando, pubblicato sull’albo pretorio del Comune di Mamoiada lo scorso 4 dicembre ci sono molti obblighi per il concessionario a fronte di grandi responsabilità; chi vincerà il bando potrà gestire il museo per cinque anni ma l’eventuale proroga sarà concessa solo se saranno staccati più di 23 mila biglietti all’anno. Una clausola che non piace a chi si occupa di cultura, soprattutto in un piccolo centro come Mamoiada e in un periodo di incertezza come quello attuale, con i flussi turistici legati all’emergenza sanitaria e ai collegamenti verso la Sardegna.
“I vari punti del capitolato di gara rappresentano un elenco di prescrizioni, obblighi e penali che ci rifiutiamo di accettare e sottoscrivere e li consideriamo ben lontani dalle fondamentali basi di un progetto comune di collaborazione e programmazione futura”, commenta ancora Mario Paffi. “Il corrispettivo e l’insieme delle regole e condizioni di gestione che costituiscono i termini economici prospettati, rendono la concessione insostenibile e irrealizzabile. In particolare, il corrispettivo determinato al fine di poter definire l’offerta economica e il valore potenziale della concessione è stato determinato in maniera del tutto arbitraria e illogica. Ogni rischio e onere è gravato secondo il capitolato a carico del concessionario, mentre l’amministrazione non offre nessuna garanzia e non assume alcun obbligo o impegno al fine di bilanciare il rapporto contrattuale, usando il criterio della discrezionalità per finanziare alcune attività culturali che di obbligatorio non ha assolutamente niente. Ma soprattutto è venuta totalmente a mancare quello che è stato il nostro punto di forza nei 20 anni di gestione: l’autonomia gestionale, la fiducia, il supporto del committente, la volontà di collaborare. Il nostro è un lavoro molto particolare che prevede specifiche figure professionali, ma ha bisogno anche di tanto entusiasmo, passione, serenità e fiducia, tutti princìpi che in questi ultimi anni sono venuti a mancare. Da qui la dolorosa e inevitabile decisione di farci da parte. E non è stato affatto semplice prendere questa sofferta decisione”.

Al Museo delle Maschere oggi oltre a Mario Paffi lavorano Gianluigi Paffi e Rita Mele con un contratto a tempo indeterminato finanziato dalla Regione, e ha creato un importante indotto per il paese e trasformato il centro barbaricino in capitale delle maschere e del carnevale mediterraneo. Non solo ricavi dunque, ma un patrimonio immateriale che certo non può essere valutato sulla base dei biglietti staccati.
Sul tema è intervenuta anche Antonella Camarda, storica dell’arte e direttrice del Museo Nivola a Orani: “La quantità dei visitatori non può essere l’unico parametro valido, a meno di non dichiarare platealmente che il Codice da Vinci di Dan Brown sia un libro migliore dell’Ulisse di Joyce, che Vacanze di Natale batta Quarto Potere, e così via. Esistono strumenti di valutazione, anche quantitativi, della bontà di una gestione museale (quante iniziative culturali, quanti laboratori con le scuole, quanti progetti presentati su bandi competitivi, quante azioni di rete, quanta attività social). Se ne può e probabilmente se ne deve parlare, per costruire dei modelli concreti e coerenti, utilizzabili dalle amministrazioni locali, e magari anche più su, a livello regionale e nazionale, per costruire politiche culturali efficaci”. Camarda chiude con una provocazione: “In alternativa, propongo la trasformazione dei musei in chioschi di pizza fritta, da vendere a prezzi popolari, per raggiungere in poco tempo e poca spesa i livelli di vendite auspicati”.










