Finisce il 2021, difficile, carico di contraddizioni, denso di preoccupazioni per la vita sempre più restrittiva che siamo costretti a condurre, sia per l’attuale gestione della faccenda Coronavirus, che per le gravissime perdite cui siamo andati incontro con sempre maggiore intensità. Non sappiamo più cosa potremo fare domani e proprio in questi giorni sono cambiate le regole di socializzazione e gestione del lavoro.
Giungiamo così al 31 dicembre estremamente provati.
E io, in più, ci arrivo con tutte queste parole: autostima, biblioteca, cattiveria, domestico, essere, fistola, godimento, hobby, incurabile, jeans, kimono, limite, maledire, nelumbo, orgoglio, potere, quando, rododendro, sapido, turibolo, uovo, watt, xenobio, yes-man, Zagabria.
Alfabeto interno – nemesismagazine.it
“Credi che la storia della prima famiglia di parole avrà un seguito?”, mi ha chiesto più di un lettore.
“Mah, non saprei”.
“Beh, scusa, che fai? Ci lasci così?”
A dire il vero non ricordo nemmeno cosa abbia scritto, e non voglio andare a rileggere quella storia, ma di certo mi appresto a scrivere con un animo turbato e so già che questo influenzerà il mio scrivere, ma potrebbe anche darsi che mi liberi dal turbamento.
Una via sarebbe quella di praticare dello yoga, la meditazione, ma meditare con un animo turbato non fa che amplificare il turbamento, perché a dispetto di quello che si crede sulla meditazione, essa non serve a rilassarsi, ma precisamente a purificare l’essere umano. Essa agisce su ciò che è incurabile,ovvero curabile da dentro.
Era questa la cura anche per il portinaio dell’hotel che aveva ripreso a svolgere il suo compito di ospitare gente. Per curare da dentro la sua ferita a nulla serve una dose di autostima, dal momento che questa non è esattamente dire a se stessi quanto si è belli, bravi e forti, ma casomai è la consapevolezza di sé, e il portinaio la sua l’aveva tutta piena di buchi riempiti con filler al narcisismo e acido ialuronico.
La sua autostima era come un fistola purulenta da cui ogni tanto scappava con forza ciò che non era mai stato in grado di riconoscersi: essere un fiore di loto, il nelumbo cresciuto nei fanghi e nell’acquitrino, ma non per questo brutto e sporco. Maturità seguitava a punzecchiarlo con le sue incessanti richieste di maggiore senso di sé, e lui viveva tutto questo con cattiveria, provando continui e adiacenti momenti di dolore che lo portavano a maledire il momento in cui non aveva rassegnato le dimissioni da quello stupido incarico in quell’inutile hotel.
Mai un attimo di vero godimento, cura complementare al taglio profondo che si portava nell’animo sin da bambino. Eppure proprio il godere della vita lo avrebbe condotto a un presente denso di significato. Purtroppo finiva bruciato nel ricordo di quel suo padre intento solo a leggere e studiare, chiuso nell’infinita biblioteca del grande studio, dove lui, l’irraggiungibile letterato e studioso, passava praticamente tutto il suo tempo, distogliendo lo sguardo dai libri solo per dire al figlio di fare silenzio e, possibilmente, di uscire di lì e… “chiudi la porta!”
Così come bruciava lo sguardo mancato del padre, il portinaio bambino avrebbe voluto bruciare ad uno ad uno tutti quei libri e distruggere l’agio domestico del padre, per svegliarlo da quel torpore etimologico affinché si accorgesse di lui. La porta della biblioteca era il limite del contatto che il padre gli aveva concesso, oltre quella soglia non si poteva andare.
Una volta, per farsi notare, indossò un paio di jeans che si era fatto prestare da un suo amichetto. Per il padre i jeans erano il capo di abbigliamento più insulso l’uomo avesse potuto inventare. Dei pantalonacci da portuale elevati a indumento che va bene per ogni occasione.
Quando il padre lo vide, aggrottò le sopracciglia, scostò gli occhiali da lettura dal suo naso appuntito e lo rimproverò e derise, per giunta. La punta di orgoglio modellata da una sua idea bislacca fu presto smorzata dalla reazione paterna. Lo aveva notato, ma giammai approvato. Sembrava che nulla avesse il potere di penetrare la coltre di cellulosa dietro alla quale quell’uomo si era trincerato e non di certo per hobby, come era solito sottolineare. Era il suo lavoro, la sua maggiore passione, tutto.
I libri erano come il turibolo nei rituali di iniziazione, qualcosa di apparentemente superfluo, un orpello di cui poter fare a meno se non fosse per la valenza purificatrice che l’incenso esercita sui corpi sottili delle persone. Per lui questa funzione era svolta dalla sacralità del libro. Sapere non serviva a nulla proprio perché il sapere non è servo di nulla e in ragione di ciò riteneva che il libro davvero rendesse liberi, aiutasse ad allontanare i condizionamenti dalla mente sostenendone un progressivo pensiero luminoso, con mille e mille watt di potenza, l’energia trasferita nell’unità di tempo.
Il tempo unico che trascorreva in biblioteca e che era sapido per luiquanto il figlio lo riteneva insipido e insignificante. Anche il piccolo portinaio stava sviluppando il disprezzo di ciò che non poteva capire, ma che sapeva essere l’origine della distanza tra lui e il padre.
Erano diventati entrambi come un uovo preistorico a cui il tempo e i detriti della vita aveva fatto diventare il guscio impenetrabile, tappando i micropori essenziali allo scambio tra interno ed esterno e annientando, di fatto, quella umidità e temperatura ottimale alla vita.
Sembravano uno lo xenobio dell’altro, estranei all’ambiente interno reciproco. Indifferenti? Forse.
Stranieri? No. Se così fosse stato, entrambi avrebbero vissuto almeno con possibile curiosità l’approssimarsi di uno all’altro.
Invece, non erano nemmeno ospiti e ospitati.
L’estraneità che era meccanismo di difesa per un padre incapace e conchiuso in se stesso, era sofferenza e terreno arido per il piccolo portinaio.
Maturità ascoltò tutta questa storia con estrema attenzione. Poi disse: vai a Zagabria. È lì che puoi fare il passaggio oltre la sponda, oltre la montagna. È lì che un bano conficcando la sua spada nel terreno ha fatto sgorgare l’acqua che ti serve per inumidire la tua terra. La sorgente si trova accanto a una pianta di rododendro. Ed è lì che ho posto uno Yes-man. Lui ti saprà aiutare ad accettare, a dire di sì alla vita nonostante tutto, nonostante te stesso e le apparenze. Indosserai il tuo Kimono nuziale e finalmente troverai la tua completezza.









