Abbiamo un patrimonio culturale che non ha confronti al mondo, eppure i lavoratori del settore sono sottopagati e discriminati. Contiamo il maggior numero di siti Unesco eppure non riusciamo a rendere sostenibile il sistema economico della cultura. E poi mancano direttori, funzionari, custodi, addetti alla didattica nei museoi. Cos’è successo al Bel Paese? Perché abbiamo permesso che la cultura, promossa dalla nostra stessa Costituzione, si trasformasse in un accessorio praticamente superfluo? Queste e altre tantissime domande si trovano in “Oltre la grande bellezza, il lavoro nel patrimonio culturale italiano”, interessante rapporto pubblicato pochi mesi fa dal collettivo Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali. Molte domande rimangono senza risposta, ma emergono dal volume diverse riflessioni interessanti e una proposta concreta, quella della creazione di un Sistema culturale nazionale che cambi, finalmente, la visione del patrimonio culturale nel paese.

Tutto è iniziato nel 2015, quando un gruppo di studenti e professionisti del settore si incontrarono a Bologna per riflettere attorno alla cosiddetta Riforma Madia, che istituzionalizzava per la prima volta tra gli operatori alcune figure professionali ben precise: archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi e antropologi fisici venivano finalmente riconosciute e inserite nel Codice dei beni culturali e del paesaggio. Un provvedimento atteso e prezioso, poi attuato solo due anni fa, che fornì lo spunto per riflettere sulle professioni che lavorano nella cultura in Italia: da quel momento il piccolo gruppo di studenti e professionisti iniziò a creare occasioni di incontro sempre più intense e ben presto si trasformò in un collettivo con partecipanti in tutta Italia e sedi in dodici regioni italiane. Tante le occasioni di discussione in quegli anni, ma il casus belli sono stati i bandi per la ricerca di volontari o operatori del servizio civile da impiegare nei beni culturali e le Giornate Fai di primavera, che occupavano migliaia di volontari in favore di un’istituzione privata: non apprendisti, ma persone con competenze e professionalità specifiche occupate gratuitamente o con rimborsi spese al posto di professionisti retribuiti regolarmente. Nel gennaio 2017 il collettivo ha presentato una proposta di legge sulla regolamentazione del volontariato culturale mai arrivata in Parlamento, ha preparato una bozza per riformare il Codice dei beni culturali e messo per iscritto l’idea di un Sistema culturale italiano in analogia con quanto avviene con la sanità e il Sistema sanitario nazionale; l’ultima iniziativa pubblica è l’appello “Non è tempo libero ma il tessuto vivo delle nostre città”. Nel mentre ha portato avanti un prezioso lavoro di indagine su pari opportunità e discriminazioni, su contratti e condizioni di lavoro, sulla comunicazione dei beni culturali e l’uso del nostro patrimonio per profitti privati, sul lavoro durante l’emergenza sanitaria da Covid-19. Tra le ultime inchieste, anche un interessante censimento sui monumenti pubblici dedicati alle donne.
QUI LA RACCOLTA DATI SULLE INDAGINI
Il quadro che emerge da sei anni di lavoro, sintetizzati nel volume “Oltre la grande bellezza”, non è per nulla confortante: nonostante il nostro straordinario patrimonio di beni, monumenti e storia, negli ultimi decenni il Paese ha incrementato il lavoro volontario e gratuito, ha dato spazio alla privatizzazione nella gestione di teatri, monumenti e musei, ha messo a disposizione siti archeologici e gallerie per interessi privati e pubblicità di grandi marchi. I dati Istat confermano che il sistema italiano non gode affatto di buona salute: il 65% dei musei impiega volontari, il 60% non ha un direttore, il 63% non ha addetti ai servizi didattici, il 70% non può contare su addetti alla manutenzione; siamo tra gli ultimi in Europa per investimenti nel settore culturale, e contiamo grandi disparità di spesa da Nord a Sud del paese. Uno dei momenti più critici nella storia recente è la Legge Ronchey del 1993 che ha esternalizzato i servizi aggiuntivi dei musei italiani: “Si tratta della pietra miliare nel disfacimento del sistema culturale italiano – scrivono dal collettivo – in nome dell’innovazione”, un sistema che non porterebbe a razionalizzare spese e migliorare i servizi ma produrrebbe precariato e maggiori costi pubblici.
Un quadro desolante che non mostra segni di cambiamento, dunque. Eppure una soluzione c’è: “Se la salute è un diritto fondamentale, costituzionale, e se è divenuta tale dopo lunghe lotte, perché non pensare anche la cultura come un servizio basato sui principi di universalità e gratuità? perché non mettere a sistema gli istituti culturali e rendere effettivamente la cultura un bene essenziale per tutti i cittadini?”.










