‘Candyman’ è il secondo film della promettente regista afroamericana Nia DaCosta (Little Woods 2019) coprodotto da Jordan Peele (‘Get Out’, 2017) e Win Rosenfeld, uscito nelle sale cinematografiche a fine agosto.
Nato come un sequel dell’omonima pellicola diretta da Bernard Rose nel lontano 1992, il nuovo ‘Candyman’, segue lo stesso schema cambiando però la chiave di lettura e adattandosi sia ad un pubblico che ad un contesto più attuale.
Il personaggio

La leggenda di Candyman è stata partorita dalla penna di Clive Barker e pubblicata nel racconto ‘Il Proibito’ presente nell’antologia composta da sei volumi denominata ‘Books of blood’ (1984 – 1985).
Daniel, figlio di uno schiavo di una piantagione di cotone in una Louisiana del diciassettesimo secolo, è dotato di un singolare talento artistico. Ingaggiato da un facoltoso proprietario terriero per ritrarre la figlia Caroline, finisce per innamorarsene e instaurare una relazione clandestina. Quando però Caroline rimane incinta scoppiò uno scandalo.
Daniel viene catturato e barbaramente picchiato da un gruppo di compaesani aizzati dal padre di Caroline. Posto di fronte ad uno specchio per assistere alle brutalità subite, gli viene tagliata la mano destra e conficcato un uncino al suo posto. Ormai in fin di vita viene ricoperto con dei favi di api che lo pungono fino alla morte finché il suo spirito, colmo di vendetta, lascia il suo corpo per impossessarsi dello specchio. Da quel momento, chiunque pronuncia per cinque volte il suo nome di fronte ad uno specchio, lo vedrà apparire prima di morire.
La trama

Anthony McCoy (Yahya Abdul-Mateen II, ‘Us’del 2019) è un giovane artista afroamericano di talento nel bel mezzo di una crisi creativa, che convive con la compagna Brianna (Teyonah Parris, ‘Chi-Raq’del 2015).
Una sera, Troy (Nathan Stewart-Jarrett, ‘Misfits’ serie) fratello di Brianna, racconta loro la leggenda di Candyman.
La storia colpisce in modo particolare Antony tanto che si insinua nella sua mente fino a sviluppare in lui un’ossessione.
Come spesso accade nelle saghe, il primo film è quello a cui viene riservato maggior interesse. Non è mai facile produrre dei sequel che mantengono alto il livello di qualità, novità e attenzione. Ne sono la prova gli altri due titoli (‘Candyman 2 – L’inferno nello specchio’ del 1995 e ‘Candyman – Il giorno della morte’ del 1999), che non offrendo nulla di nuovo vengono dimenticati o addirittura ignorati.
Il prodotto della DaCosta è differente. Seguendo la narrazione originale e garantendo la giusta dose di tensione e paura, affronta con sfrontatezza concetti ancora attuali, come il razzismo, le caste intese come classi sociali (presenti anche nel mondo artistico) e li contestualizza nella società ricreata sotto i riflettori.
L’interpretazione di Yahya Abdul-Mateen II è più che convincente. Veste i panni del protagonista dal primo momento in cui compare sulla schermo e non vacilla nemmeno quando si passa alla parte più “esoterica” del film.
Fotografia e musiche fungono da ulteriore filtro per la potente “lente d’ingrandimento” che la DaCosta punta costantemente sulla scena; accentuando la sua funzione logorante, rendono lo spettatore incapace di distogliere lo sguardo.

Nonostante sia considerato meno spaventoso del capostipite del 1992 (è il settantacinquesimo film più pauroso di tutti tempi secondo la rivista Bravo) ha ricevuto pareri ampiamente positivi dalla critica ottenendo un punteggio di ottantaquattro punti su cento in base a oltre trecento recensioni (fonte Rotten Tomatoes).

A fronte di un budget di venticinque milioni di dollari ‘Candyman’ ne ha incassati in tutto il mondo settantasette. Gran parte del merito è dell’astuta campagna promozionale che vede la distribuzione di due distinti trailer ben confezionati, la distribuzione di un filtro personalizzato per la piattaforma Snapchat e la personale sfida su Twitter che lo stesso Peele ha proposto agli spettatori: “I dare you to say his name” invitando a twittare per cinque volte “Candyman” sotto la pagina del trailer.









