Il pomeriggio di domenica 30 gennaio del 1972, in quella che i protestanti consideravano “la fogna papista di Derry”, ovvero il quartiere Bogside della città dell’Ulster, andò in scena uno degli episodi più cruenti e ingiustificati del secolare e sanguinoso conflitto nordirlandese. Il fatto, passato alla storia come “Bloody Sunday”, ha ispirato centinaia di artisti che con canzoni, murales, spettacoli teatrali, libri e film esternarono al mondo il mesto episodio, sensibilizzando le persone al problema dei diritti e delle libertà civili, e chiedendo giustizia per le quattordici persone cadute sotto i proiettili dei paracadutisti di sua maestà. Giustizia che, a distanza di 50 anni, non è ancora stata ottenuta.

La radici della “Bloody Sunday” vanno cercate nella primavera del 1969. In aprile a Derry si festeggia l’elezione alla Camera dei Comuni, di Bernardette Deviln, giovanissima militante repubblicana e cattolica che dovrà rappresentare il Mid-Ulster. I lealisti alla corona non la prendono affatto bene e la polizia, Royal Ulster Constabulary, assieme alle milizie protestanti, cominciano a esercitare indiscriminate violenze in strada e penetrando nelle abitazioni dei civili. La situazione precipita in agosto quando la popolazione cattolica decide di difendersi dando via ai cosiddetti “Troubles“. Ristabilire l’ordine diventa il pretesto per far si che Londra invii l’esercito, che nelle intenzioni di Westminster dovrebbero rimanere per poche settimane. Ci rimarranno invece per 25 anni, militarizzando di fatto le città e creando un sistema segregazionista dove vengono sospesi i diritti e le libertà e si può essere incarcerati senza alcuna garanzia. La reazione non si limita più alle frequenti manifestazioni di strada, che verranno ben presto vietate, e la Battaglia del Bogside segna il punto in cui la lotta passa dall’essere una situazione di agitazione sociale a diventare un conflitto armato che porta a una profonda frattura anche all’interno dell’IRA e alla conseguente nascita del Provisional Irish Republican Army.

Il pomeriggio del 30 gennaio del 1972, nonostante sia ancora in vigore il divieto di tenere qualsiasi dimostrazione pubblica, la Northern Ireland Civil Rights Association indice una manifestazione a favore dei diritti delle donne e contro la carcerazione senza processo delle persone sospettate di appartenere all’IRA, approvata nell’agosto 1971 dal governo dell’Irlanda del Nord, per la quale erano state imprigionate a centinaia. Un piccolo gruppo di manifestanti, separato dal nucleo principale, si stacca dal corteo dando principio a una sassaiola contro una delle barricate presidiate dai paracadutisti inglesi

I soldati inizialmente rispondono con gas, proiettili di gomma e acqua pressurizzata. Pochi istanti dopo succede l’irreparabile. Le truppe britanniche escono dalle barricate aprendo il fuoco sulla folla. Tredici persone rimangono uccise sull’asfalto e oltre trenta ferite dai proiettili del primo battaglione di paracadutisti del Regno Unito. Una quattordicesima vittima muore alcuni mesi dopo.
L’aria di morte di Bogside e l’aspetto spettrale del vecchio muro che lo sovrasta è stata respirata in quella giornata dal giornalista Fulvio Grimaldi che racconta nel suo controblog ‘Mondocane‘: “La mia parola era quella della fotocamera e del registratore, insieme a quella di 20mila cittadini del ghetto repubblicano della Derry Liberata. E perciò punita, insanguinata, mutilata. E aprì mondi, quelli feroci e protervi e quelli innocenti e umani, e li contrappose facendoli arrivare al mondo, a dispetto di tutti. I mondi dei grandi e potenti, degli infami, dei bugiardi, degli assassini, dello Stato della ‘Prima Democrazia della storia’. L’esperienza di formazione furono quelle 16 ore, il romanzo di formazione il racconto che quel giorno ci dettò”.
Di quei drammatici momenti fu testimone, assieme al fratello, il futuro scrittore Sam Millar, che alla pari di tanti altri giovani, cominciò a pensare di non avere alcuna alternativa pacifica dinnanzi a fatti così cruenti, sposò la causa della lotta armata e si unì all’IRA, come aveva fatto anche Bobby Sands, che verrà arrestato per la prima volta nell’ottobre dello stesso anno.
L’episodio scatenò la reazione internazionale, con dimostrazioni, scioperi, ritorsioni, attentati e la manifestazione del 5 febbraio a Newry alla quale parteciparono circa 50mila persone “controllate” da cinquemila fucilieri e commandos inglesi.

Da quel momento la Bloody Sunday è diventata oggetto di arte murale per le strade di Derry; cinema con il film omonimo di Paul Greengrass su soggetto basato sul libro ‘Eyewitness Bloody Sunday’di Don Mullan; teatro con ‘The Freedom of the City’ di Brian Friel’ e ‘Bloody Sunday: Scenes from the Saville Inquiry‘ basato sull’inchiesta Saville e le testimonianze raccolte dal giornalista Richard Norton Taylor, ma soprattutto quella maledetta domenica è diventata musica.
Partendo dalla celeberrima ‘Sunday Bloody Sunday’ degli U2 di ‘War‘ del 1983, sono decine gli artisti che hanno dedicato versi e note a quei tragici momenti. Paul McCartney appena due giorni dopo scrisse ‘Give Ireland Back to the Irish‘, seguito a breve tempo da John Lennon e Yoko Ono con ‘Sunday Bloody Sunday‘, dai Black Sabbath nel 1973 con ‘Sabbath Bloody Sabbath‘, e ancora ‘Back Home in Derry‘ incisa da Christy Moore su versi composti con lo pseudonimo Marcella da Bobby Sands, da ‘Bloody Sunday’ e ‘Alternative Ulster‘ del gruppo punk Stiff Little Fingers, ‘Derry Streets’ di Summerfly fino a ‘Go on Home British Soldiers’ di Tommy Skelly’. Tutti brani che vanno ad aggiungersi alla sterminata lista di songs scritte per reclamare la pace e la giustizia nell’Irlanda del Nord; una pace fragile che porta ancora tante cicatrici e nodi irrisolti, fra i quali spicca appunto l’ingiustizia per i fatti di quella sanguinosa domenica, per i quali a distanza di 50 anni, fra bugie, insabbiamenti e negazioni, nessuno ha ancora pagato.











