Se n’è andata in silenzio, lontana dalle luci e dal frastuono mediatico di questi tempi. La Dolce Vitti, come recitava il titolo della mostra romana che l’ha celebrata nel 2018, non c’è più, o meglio, per dirla con Henry Scott Holland, si è solo spostata nella stanza accanto. Non è successo nulla, perché la sua poliedrica arte è stata incisa a caratteri d’oro nella storia del teatro, del cinema e del varietà, dove la luminosa stella di Monica Vitti è stata consacrata da tempo alla fama perpetua.

E pensare che la famiglia aveva ben altri progetti, per lei, ragazza insoddisfatta dalla vita, che nella recitazione aveva trovato l’ancora di salvezza dove poter vivere fuori da quella quotidianità che tanto detestava. “Ricordati, la polvere del palcoscenico corrode anima e corpo”, l’apostrofava la madre Adele. Tutto fiato sprecato. La formazione all”Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma sotto la preziosa guida di Sergio Tofano, l’esperienza del doppiaggio dove prestò la sua arrugginita e ” lievemente granosa ” voce – così la definisce il referto medico dell’accademia del 1950 – a Fellini, Monicelli e Pasolini, e l’incontro fatale e galeotto con Michelangelo Antonioni furono la risposta della giovane Maria Luisa.
Quella bambina che non voleva crescere, aveva trovato la sua strada nel teatro classico, ma anche comico e borghese, in quello che chiamò “il gioco più bello del mondo”, attraverso il quale aveva capito che recitare sarebbe stato l’unico modo di poter prorogare l’infanzia.
La svolta arrivò quando venne chiamata a doppiare la benzinaia de ‘Il Grido’ e la fatidica frase del regista che vedendola sentenziò: “Ha una bella nuca, potrebbe fare del cinema”. In realtà Antognoni trovò nella Vitti il viso delle donne che voleva raccontare, le sue storie somigliavano troppo a quella giovane passionale e impaurita, per poterla lasciare andare via. Era il principio di una lunga avventura artistica e umana, dove ben presto avrebbe scoperto la fragilità dei sentimenti e che anche l’amore che ingenuamente sognava immortale, prima o poi sarebbe finito.
Inconfondibile sia nel registro tragico, sia in quello farsesco, quando vide allontanarsi Shakespeare e cedette alle lusinghe di Feydeu, andò a riempire un vuoto nella comicità italiana che fino ad allora era stata prerogativa tutta maschile con i vari Tognazzi, Gassman, Manfredi e Sordi, arrivando fino all’avanspettacolo e alla televisione dove, dopo un primo momento di smarrimento davanti alla “telecamera fredda e inespressiva” mise a frutto tutte le sue capacità.
Perennemente impaurita dal futuro – non amava pensarci troppo – e dal buio, oggi, dopo tanta sofferenza, è tornata a volare, finalmente libera, nel firmamento che compete ad ogni buona stella, dove la morte non esiste, non è niente, non conta. Buon viaggio Monica.











