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1982, in TV arriva l’Uomo Tigre. I quarant’anni dell’anime che racconta le gesta del lottatore Naoto Date

Di Maurizio Pretta
02/04/2022
in Cinema, Comunicazione e società, dischi fuori moda, Libri
Tempo di lettura: 7 minuti
1982, in TV arriva l’Uomo Tigre. I quarant’anni dell’anime che racconta le gesta del lottatore Naoto Date

Una serie televisiva basata sul manga Taigā Masuku scritto da Ikki Kajiwara fra il 1969 e il 1971 e illustrato da Naoki Tsuji; 105 episodi di un cartone animato rivoluzionario che ha tenuto incollate al televisore intere generazioni di bambini e una straordinaria sigla che a distanza di moltissimi lustri è ancora popolarissima. Cosa si nasconde dietro il clamoroso successo di una storia che miscela violenza e bontà d’animo, coraggio e disagio sociale, finzione e personaggi reali del wrestling nipponico, narrando la vicenda umana e sportiva di un ribelle mascherato che sul ring prova a dare uno scopo alla sua vita?

Ikki Kajiwara, al secolo Asaki Takamori

A quanto pare non fu, come comunemente si pensa, la neonata Rete 4 a trasmettere per prima ‘L’Uomo Tigre, il campione’, versione italiana dell’anime giapponese ‘Tiger Mask’ che avrebbe appassionato milioni di ragazzi e ragazze. Frugando fra i documenti dell’epoca, il cartone compare infatti nei palinsesti di alcune emittenti private come la campana ‘Canale 21’ che lo manda in onda alle ore 20 di martedì 4 maggio 1982. Forse l’equivoco è da attribuire alla contemporanea presenza di ‘Rocky Joe’, anime tratto dal manga ‘Ashita no Jō’ e figlio della penna di Ikki Kajiwara, lo stesso autore di Taigā Masuku, dal quale è tratto ‘L’Uomo Tigre’, che effettivamente veniva trasmesso su Rete 4 a metà pomeriggio.

Sia come sia, l’irruzione nelle case italiane di questo lottatore con la maschera da tigre, dietro la quale si cela Naoto Date, (doppiato da Marco Bonetti) assieme a quella del pugile Joe Yabuki rappresentano una vera rivoluzione nel mondo dei cartoni prevalentemente popolato fino ad allora da robot e supereroi. Tuttavia la “rivoluzione” che arriva dall’oriente era già cominciata oltre un decennio prima e si deve al genio e alle intuizioni di Asaki Takamori, nome reale di Ikki Kajiwara, abile nell’intercettare gli umori e le predilezioni dei lettori appassionati dei manga.

Lo sfondo che caratterizza le storie raccontate dal fumettista di Kitakyūshū è il Giappone del secondo dopoguerra, un paese devastato dagli eventi bellici che cerca faticosamente di risalire la china. L’occasione è quella delle Olimpiadi del 1964 assegnate alla città di Tokio che, fra medaglie e sconfitte, rappresenta lo spartiacque non solo della storia sportiva nipponica, ma anche di quella sociale ed economica del nuovo corso che troverà completamento nel Kōdo keizai seichō, il miracolo economico giapponese.

Rocky Joe

Avvalendosi della collaborazione di disegnatori come Noboru Kawasaki, Toshio Shoji, Naoki Tsuji, Mitsuyoshi Sonoda,Tetsuya Chiba, fra il 1966 e il 1983, Kajiwara racconta le storie di una serie di personaggi legati al mondo dello sport, inteso non solo come competizione agonistica, ma soprattutto come strumento di rivalsa sociale, aspetto che caratterizzerà gran parte della sua produzione pervasa da “eroi tragici”, figli dell’emarginazione e del magma del sottoproletariato che popola le periferie delle grandi città, ovvero, l’altra faccia del boom economico. Nascono così: ‘Tommy la stella dei Giants‘, dedicato al baseball, il più popolare degli sport giapponesi; ‘Arrivano i Superboys, scritto sulla scia dell’eccitazione popolare scaturita dal bronzo olimpico conquistato nel calcio alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quelle passate alla storia per il saluto a pugno chiuso e guanto nero di Smith e Carlos, nei quali trovò consacrazione Kunishige Kamamoto, il più grande calciatore del sol levante rappresentato nel racconto da Shingo Tamai, che anticipa di circa un decennio la comparsa di ‘Capitan Tsubasa‘, il più importante fumetto calcistico a livello planetario che avrebbe cambiato le sorti lo sport nipponico, da noi conosciuto come ‘Holly e Benji – Due fuoriclasse’. Si aggiungono il già menzionato pugile Rocky Joe; ‘Giant Typhoon’ ispirato alla vera storia di Shohei Baba, il campione del puroresu – il wrestling giapponese – Mr Baba, che appare nello stesso ‘Tiger Mask’, o ancora ‘Kick no oni’ e ‘Karate baka ichidai’ riservati alle arti orientali del Muay Thai e del Karate.

In mezzo a questa prolifera gamma di personaggi, nessuno tuttavia raggiunge la popolarità della figura dell’Uomo Tigre. In Italia il successo è immediato. Già la ruggente sigla, dove in realtà quello che si sente è il ruggito di un leone, incisa dai Cavalieri Del Re – ma accreditata soltanto a Ricardo Zara dopo che la RCA per la quale era stata registrata, aveva trovato sconveniente associare il nome del gruppo a un anime di carattere sportivo – si dimostra da subito accattivante, diventando un grande successo che nella loro sterminata discografia contende lo scettro della gloria a ‘Lady Oscar’. Per il resto, nel cartone prodotto dalla Toei Animation e andato in onda, suddiviso in 105 episodi, in Giappone già nel 1969, gli archetipi narrativi dei manga di Takamori vengono in qualche modo esasperati in un gioco di contrasti che forse rappresentano l’asso nella manica della sua longeva popolarità. La violenza, le immagini crude – benché stilizzate – si alternano all’“esempio positivo” classico degli anime giapponesi, in una narrazione che partendo dal “ritorno a casa”, contempla tutte le caratteristiche di un non-eroe metropolitano moderno, un uomo realistico che non gode di superpoteri o del favore di armi letali, ma può contare soltanto sulla sua forza sviluppata in anni di sacrifici e allenamenti disumani. Naoto Date non è quindi un supereroe, ma soltanto un individuo che sul ring cerca la redenzione dal suo passato burrascoso, durante il quale, per la sua estrema ferocia s’era meritato il nomignolo di “demone giallo”, e di dare uno scopo alla sua esistenza lottando per aiutare, con i proventi degli incontri, i bambini della Chibikko House,l’ orfanotrofio dov’era cresciuto dopo aver perso i genitori negli anni della guerra, gestito ora da Ruriko e Akira Wakatsuki, sorella e fratello che erano stati suoi compagni d’infanzia.

Niente di strano o di trascendentale, se non fosse che per attuare il suo progetto umanitario con il suo passato deve farci in qualche modo i conti, soprattutto se quel passato porta il nome di Tana delle Tigri. Dietro questo nome si cela un’associazione criminale clandestina di caratura internazionale con sede nelle Alpi svizzere, che ha caratteristiche comuni alle associazioni di impronta mafiosa ma è anche affine a certe sette politiche di stampo nazista – lo fanno ben supporre il domicilio che ricorda parecchio il nido dell’aquila di Hitler; il saluto romano dei suoi componenti e l’estrema esaltazione della violenza e della forza umana – che lo aveva raccolto dalla strada, cresciuto e fatto allenare a livelli estremi per dieci anni per poi lanciarlo nel business del wrestling mondiale. A un certo punto però Naoto decide di ribellarsi, smettendo di versare nelle casse societarie la metà dei guadagni provenienti degli incontri. Ma come spesso capita, dalle associazioni malavitose si può uscire soltanto col sangue ed è questo il prezzo che la direzione della lega ha deciso di far pagare al lottatore dissidente. Come? Mandando a combattere contro di lui schiere di lottatori cresciuti all’ombra della tigre alata – statua simbolo del sodalizio criminale – sotto l’attenta e onnipresente supervisione di Mister X, un tenebroso e impeccabile dandy, con tanto di cilindro e bastone, dalla voce sghignazzante; l’uomo di fiducia dei vertici di Tanta delle Tigri e vero e proprio incubo dell’Uomo Tigre. Così gli episodi si trasformano in una lunga passerella dove in combattimenti spesso al di fuori da ogni regola sportiva, lotte cruente e colpi proibiti, sfilano avversari mascherati da ogni tipo di animale, alcuni misteriosi, altri abbastanza equivoci, che hanno come unica missione quella di eliminare Naoto Date sul ring, in modo da dare un esempio concreto agli affiliati ai quali venisse l’insana idea di voler abbandonare la “casa madre”.

L'Uomo Tigre, trama e finale
La statua della tigre alata, simbolo di Tana delle Tigri

Oltre ai lottatori antagonisti provenienti da ogni parte del mondo, nell’anime sono presenti anche quelli amici, come il fraterno e fedele fino alla morte Daigo Daimon, altro transfuga di Tana delle Tigri o i personaggi reali del wrestling nipponico come il già citato Mr. Baba, Antonio Inoki, Seiji Sakaguchi e il coreano Kintaro Ohki. Ma il personaggio chiave è Kenta, l’amico – nemico, un bambino dell’orfanotrofio, ribelle e un poco bullo, che è il perfetto alter-ego del personaggio principale in giovane età e che rappresenta alla perfezione i suoi contrasti, essendo contemporaneamente primo tifoso del lottatore mascherato ma anche, ignorandone la doppia identità, primo biasimatore del Naoto Date uomo. Un uomo fondamentalmente solo, che oltre a combattere sul ring, deve farlo in primis con se stesso, in perenne conflitto con la sua doppia esistenza e fra lo scegliere di scontrarsi in maniera regolare o ripagare gli avversari con la stessa moneta forgiata nella smisurata violenza appresa in gioventù.

Forse sono proprio queste le chiavi di un enorme successo. L’umanità e la fragilità di una persona che alla fine, al momento della resa dei conti, cede alla più efferata brutalità e alla quale, dopo aver perso la maschera e mostrato a tutti il suo vero volto, non rimane che scappare via, come capita ai tanti e alle tante Naoto sparsi per il mondo, che, nonostante la fatica, il sudore, le lacrime, i sacrifici ci provano a essere migliori ma in quanto umani e umane, non sempre ci riescono. C’è anche un altro aspetto che dimostra come questa storia abbia quanto meno scosso le coscienze e toccato le corde più sensibili di un pubblico formato da giovani e persone in età adulta, e quanto questa eredità sia tuttora presente in maniera tangibile. Spesso, ancora oggi, alle strutture che in ogni angolo del Giappone si occupano dell’infanzia sfortunata giungono aiuti e donazioni che portano sempre una sola ed unica firma: Naoto Date.

The Tiger Mask (1969) | MUBI

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