Il suo film meno cupo, eppure basato sui ricordi più dolorosi. Così Bonifacio Angius ha presentato “Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione” al pubblico della Sala Laguna di Venezia, dove lo ha presentato in anteprima nella cornice delle Notti Veneziane, la selezione di cinema indipendente italiano curata dalle Giornate degli Autori (storica sezione autonoma e parallela della Mostra del Cinema) e da Isola Edipo. Il film ha ricevuto il Premio Carlo Lizzani al miglior film italiano 2025, ideato e organizzato dall’Associazione Nazionale Autori Cinematografici
È il sesto lungometraggio di Angius (per fare correttamente il conto, però, bisogna ricordare anche il suo esordio “SaGràscia”, generalmente omesso o considerato erroneamente un corto) che continua nella sua ostinata e indispensabile autarchia cinematografica: lo ha prodotto, scritto, diretto, interpretato, coinvolgendo anche suo figlio Antonio Angius perché nessun altro avrebbe potuto accompagnarlo con la stessa sincerità e passione nell’avventura del racconto di cosa significhi essere padre, essere (stato) figlio, e incidentalmente anche avere scelto il mestiere di regista.
Chissà se è vero, come dice Angius, che i produttori odiano i film nei film e li sconsigliano: è vero, in effetti, che giocare col metacinema presenta dei rischi, ma per il regista sassarese non esisteva altra possibile alternativa all’ambiente di cui conosce tutti i segreti, per riuscire a riaffrontare con occhio clinico, e forse curativo, pezzi importanti della sua vita. Il Bonifacio Angius regista si è filmato (in bianco e nero) durante l’ideazione e la successiva lavorazione di un film (a colori) assieme a suo figlio Antonio; il tema portante di quel film da girare assieme è una ricostruzione romanzata di eventi della sua infanzia, pertanto ha lasciato a suo figlio il ruolo di sé stesso da bambino, e ha tenuto per sé il ruolo di suo padre (il quale, a complicare psicologicamente le cose, è morto durante la lunga lavorazione del film, durata qualche anno).
L’impegno emotivo di questa “confessione” non è stato banale e si percepisce, perché il cinema di Angius non ha mai avuto paura di essere viscerale, anche a costo di poter risultare indigeribile o respingente. Entrare nei panni del proprio padre, oltre a un viaggio nel passato che gli ha imposto un drastico cambio di prospettiva, ha significato anche analizzare se il tempo e le esperienze lo avessero reso simile a lui: Antonio invece, immergendosi nei ricordi agrodolci e grotteschi del padre Bonifacio, ha dovuto fare i conti non solo con la figura paterna della vita reale, amareggiata per motivi amorosi, ma anche con quella autoritaria del regista sul set, che sta investendo tempo, soldi e sensibilità in un progetto contorto del quale non riesce a venire a capo. Nella sovrapposizione inevitabile tra personaggi e persone, osserviamo i protagonisti arrivare a un passo dal baratro interiore, ma poi accade sempre qualcosa – un momento di ironia cattiva, un salutare schiaffo del destino – a offrire una via d’uscita che col senno di poi potrebbe anche apparire dignitosa.
Non ci sono confini definiti, né limiti chiari, nel passaggio vorticoso e nevrotico tra racconto del set, messa in scena degli eventi recenti che hanno influenzato l’elaborazione del film, e ricostruzione drammaturgica dei ricordi di molti anni fa, a partire dal grave incidente automobilistico che coinvolse il padre di Bonifacio Angius segnandolo nel fisico e nella mente. Per la prima volta nel cinema di Angius, mancano dei riferimenti geografici precisi: i ricordi, che ottengono un valore universale grazie al loro allestimento scenico, non hanno luogo né tempo precisi perché è nello spazio e nel tempo impossibili del cinema che il regista decide di collocarli.
Il cast di “Confiteor”
I film di Angius non hanno mai avuto incassi travolgenti, ma hanno raccolto comunque molti estimatori, anche tra i colleghi. Del cast fanno parte Edoardo Pesce (nel ruolo di un suo zio particolarmente scontroso) e Simonetta Columbu (nei segmenti contemporanei è Miao Miao, la donna senza un vero nome con la quale Angius ha una relazione amorosa travagliata) che si sono entrambi messi in contatto col regista appositamente per poter lavorare con lui; hanno accettato ruoli piccoli ma significativi Geppi Cucciari (un’altra zia del suo passato) e Giuliana De Sio (trasformata in sua madre, estrapolata dai ricordi nel momento in cui stava sfiorendo). Tutti loro, chi più chi meno, sono coinvolti nella costruzione di conflitti che costituiscono il filo conduttore della vita del regista: conflitti tra genitori e figli, all’interno di una coppia, con parenti e amici. Andare a sbattere, farsi male, rialzarsi, e magari andare a sbattere di nuovo: è una vita dolorosa e ripetitiva, ma non per questo ha mai portato a una sconfitta definitiva.

Dei tanti possibili rapporti di amore (conflittuale o sereno), Angius si convince che quello tra un padre e un figlio possa essere il più importante, anche per la sua doppia intensa esperienza nel ruolo di figlio prima e padre poi. Ma c’è un altro amore del quale non può fare a meno: quello per il cinema. Se fosse una commedia, insomma, questo sarebbe un triangolo sentimentale con un padre, un figlio e il cinema (da vedere e da creare) ai tre vertici. Per Bonifacio, il mestiere di regista è uno strumento indispensabile per affrontare la vita e sembra voler donare questa sua forza anche ad Antonio il quale, al termine della proiezione, ha detto che forse potrebbe voler continuare a recitare, ma solo col padre ancora alla regia.
Il padre/regista dirige il figlio/attore con affetto fino all’ultima scena, ma infine proprio in quel momento perde la possibilità di controllarlo, come smarrendo inavvertitamente la sua autorità: il regalo al figlio è insegnargli a camminare da solo per il mondo, senza paura di sbagliare, senza qualcuno che dica sempre cosa fare, andando ostinatamente avanti, senza rimorsi su ciò che ci si è lasciati alle spalle.










