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”Una mattina come questa”, in libreria il nuovo romanzo di Lorenzo Scano: “Per fare lo scrittore devi vivere e accumulare esperienze, non basta essere bravi con le parole”

Di Mattia Lasio
13/04/2024
in Cultura, Interviste, Libri
Tempo di lettura: 6 minuti
”Una mattina come questa”, in libreria il nuovo romanzo di Lorenzo Scano: “Per fare lo scrittore devi vivere e accumulare esperienze, non basta essere bravi con le parole”

 “La scrittura è la mia missione. È ciò che sono io”. Lorenzo Scano pronuncia queste parole con tono sereno e al contempo risoluto, con la consapevolezza di chi conosce la propria meta. Lo scrittore cagliaritano, 31 anni, ha pubblicato il 19 marzo per Rizzoli la sua sesta opera ovvero ‘’Una mattina come questa’’, un noir che scandaglia i sentimenti, le emozioni, le aspirazioni e le paure di tre giovani ragazzi, amici tra di loro, che da adolescenti si apprestano a diventare uomini. Un nuovo capitolo del suo percorso, a dodici anni esatti dall’esordio ‘’Una sporca faccenda’’. Il suo libro – il secondo per Rizzoli – verrà presentato sabato 13 aprile alle 11 alla Monserratoteca in via Porto Cervo a Monserrato dove dialogherà con Giulio Pisano e alle 18.30 al MA Bookstore della Corte del Sole di Sestu in cui a parlare con lui della sua nuova fatica letteraria ci sarà Bruno Murgia. Due nuove presentazioni dopo quella di venerdì 12, con il volto storico di Videolina Andrea Frailis, in occasione della nuova anteprima della decima edizione del Festival Premio Emilio Lussu in via San Salvatore da Horta 2 a Cagliari nella sala della Fondazione di Sardegna.

Se è vero che il romanzo di Scano è a tutti gli effetti un noir è doveroso collegarlo anche al filone della letteratura urbana e di strada, per la sua capacità di descrivere con immediatezza personaggi, scene quotidiane e contesti di quelli che lui stesso definisce  “deserti di cemento e ricordi lontani”. Le 360 pagine dell’opera sono un viaggio incalzante e sincopato tra i quartieri cagliaritani di La Palma, San Michele, il Cep, senza dimenticare il centro città – visto con gli occhi di chi proviene da tutt’altri ambienti – e l’hinterland, per poi spostarsi anche a Milano. Le vicende cominciano in un grigio sabato pomeriggio di novembre 2009 in piazza Matteotti e arrivano sino ai giorni nostri. E sarà proprio in piazza Matteotti, in maniera rocambolesca come la vita di ciascuno dei protagonisti, che si conosceranno Nanni, Bebbo e Ricky. Apparentemente tre sbandati, nel profondo molto di più: Nanni fa l’imprenditore, Bebbo il buttafuori, Ricky lo scrittore. Ognuno di loro cerca un posto nel mondo, ognuno lo fa alla propria maniera, che sia lecita o meno poco importa. Ciò che conta maggiormente è la veridicità e l’intensità delle loro esistenze, nel bene e nel male.

Gli spunti da cogliere sono molteplici: emerge una netta critica al giornalismo sensazionalista che fa razzia di clic ingigantendo e distorcendo i fatti lucrando sulle disgrazie, così come non manca la riflessione sul dramma dell’eroina che – erroneamente – in troppi ritengono esaurito quando è ben presente come dimostra l’episodio descritto nel libro in cui si fa riferimento a ciò che accade sotto il ponte dell’Asse Mediano in via Castiglione. Si parla della violenza e della brutalità di chi vuole sopraffare tutto e tutti, risalta la passione per il rap e in particolare per artisti come Cool Caddish, i Zinnigas, i Club Dogo e Noyz Narcos, si analizzano i rapporti famigliari, ci si focalizza su tematiche come l’emigrazione e la nostalgia della propria terra. Il tutto senza fronzoli e virtuosismi fini a se stessi: Scano dell’incisività fa marchio di fabbrica e ogni parola arriva dritta al punto, lasciando il segno.

Lorenzo, cosa rappresenta per te Cagliari?

Per me è e sarà sempre la mia città anche se adesso sono lontano, essendomi trasferito a Milano. Il mio rapporto con Cagliari è profondo e intimo, non dimentico nulla di ciò che ho vissuto lì proprio come non ci si scorda di una storia d’amore. La parte più vera e genuina di Cagliari l’ho colta nelle mie camminate solitarie, oppure frequentando i bar aperti dalle prime ore del mattino in cui si trova di tutto. Cagliari ha mille suggestioni che saltano fuori ogni qual volta ritorno.

Da un po’ di tempo ti sei trasferito a Milano. Come è vivere nella città meneghina?

Frequentavo Milano già da anni, era da tempo che avvertivo il richiamo di questa città e sono del parere che non si possa sfuggire da ciò che ci attrae. Trasferirmi a Milano non è stato assolutamente uno shock, anzi. Farlo è stato necessario perché la grande editoria e i principali festival letterari si trovano qui, era un passo che prima o poi dovevo compiere.

Cosa lega Cagliari e Milano?

Sono legate dal fatto che Cagliari, nel suo piccolo, è strutturata in maniera simile a Milano. In entrambi i casi c’è una stretta connessione tra l’hinterland e la città madre.

Nel libro si fa spesso riferimento alle difficoltà quotidiane. Quando ti sei trovato alle corde quanto sono state importanti per te la lettura e la scrittura?

Tantissimo. La lettura e la scrittura mi hanno costantemente aiutato a rialzarmi e a superare i momenti di sconforto.

Momenti di sconforto che sono una palestra di vita importante.

Proprio così. Quando ti trovi alle corde scopri veramente chi sei e impari a conoscerti, capendo davvero cosa vuoi.

Nell’opera citi ‘’Il figlio di Bakunin’’ di Sergio Atzeni e ’’Il cattivo cronista’’ di Francesco Abate. Quanto sono stati importanti per la tua formazione questi due autori?

Sono stati fondamentali e ritenevo importante tributarli nel mio libro. Torno spesso sui loro romanzi, sia per piacere che per questioni tecniche. Sono dei costanti punti di riferimento.

Cosa lega i protagonisti Nanni, Bebbo e Ricky?

Sono accomunati dalla solitudine, dall’essere dei disperati, dal sentirsi emarginati e, al contempo, dalla speranza di un futuro migliore.

Nel libro spicca il punto in cui lo scrittore Ricky litiga con una libraia che non apprezza ciò che scrive. A te è mai capito di provare sulla tua pelle il detto:  “nemo propheta in patria”?

Sì, mi è successo per anni sino a quando non ho pubblicato il mio primo libro per Rizzoli tre anni fa ovvero ‘’Via Libera’’. È una sensazione che ogni tanto si ripresenta e che è normalissima e lecita. Personalmente, non perdo troppo tempo dietro a certe dinamiche provinciali e a certe gelosie sterili. A me interessa scrivere e migliorarmi, mettendoci sempre la massima passione che non è mai venuta meno.

Vivere e scrivere: questi due aspetti combaciano per te?

Vivere e scrivere sono due aspetti che non si possono scindere, la scrittura si nutre quotidianamente di vita. Per fare lo scrittore devi vivere, devi accumulare esperienze, non basta essere bravi con le parole. Mancherebbe il pathos che, invece, è fondamentale.

La scrittura ti ha aiutato a scacciare i tuoi fantasmi?

Come diceva lo scrittore Ramo Chandler, in ogni forma d’arte c’è una percentuale di redenzione. Quindi sì, assolutamente. La scrittura ha tante sfaccettature, credo sia anche narcisismo, personalmente credo di saper scrivere bene e ho ben chiari nella mia mente gli obiettivi che voglio raggiungere e non mi nascondo di certo. C’è chi lo fa negando le proprie aspirazioni, di sicuro io non rientro in questa tipologia di persone.

Verso la fine dell’opera emerge una riflessione significativa sulla insularità e sull’essere sardi. Cosa rende diversa, secondo te, la Sardegna rispetto alle altre regioni?

Il fatto di essere un’isola crea delle condizioni sociali completamente diverse rispetto al resto del Paese. Condizioni che ci permettono poi di creare qualcosa di totalmente nostro, che va al di là della concezione ancestrale e magica che da sempre ci viene propinata della nostra terra. Essere un isolano ti diversifica totalmente rispetto a chi vive nel sud dell’Italia, troppo spesso però si generalizza.

Buio e luce sono due aspetti che risaltano dal libro: quale dei tuoi stuzzica maggiormente la tua creatività?

Per quel che riguarda questo libro direi la luce, dato che Cagliari è una città di luce e ogni cosa – positiva e negativa – avviene sotto gli occhi di tutti.

Credi sia possibile voltare veramente pagina e ricominciare?

È sempre possibile. Il destino c’è, innegabilmente, e il richiamo di certe dinamiche si avverte ma non è più forte del libero arbitrio. Possiamo sempre scegliere: la vita è fatta di sofferenza, di alti e bassi costanti. Si diventa uomini e si diventa donne rispondendo a ciò che ti pone davanti, traendo il meglio da ogni istante vissuto.

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