Nel 1954 Osamu Tezuka ha ventisei anni, una laurea in medicina e un buon numero di manga di successo alle sue spalle: “La nuova isola del tesoro”, “Metropolis”, “La principessa zaffiro” e il suo lavoro più famoso, “Astroboy”. Ha contribuito a rendere più dinamico un medium fino ad allora piuttosto statico dal punto di vista grafico e da tempo culla il progetto di dedicarsi a un magnum opus che dia corpo a tutte le sue ambizioni fumettistiche.
Inizia a lavorarci tre volte: la prima – quello stesso anno – è costretto ad interrompere l’opera a causa del fallimento della rivista Manga shonen su cui era pubblicata. Nel 1957, dopo poco più di un anno di lavoro, fallisce anche il secondo tentativo, partito con l’aspirazione di raccontare un arco storico lungo 3000 anni, dall’antico Egitto fino all’impero romano. Il progetto rimane fermo un decennio, ma nel gennaio del 1967 esce il primo capitolo de “La Fenice”: “Il libro dell’alba” e fin dalle prime tavole vi si legge una dichiarazione di intenti chiarissima: Tezuka vuole un racconto monumentale, simile a quello dei kolossal hollywoodiani dell’epoca. Nel dispositivo narrativo che innesca gli eventi del libro mette in scena un’eruzione vulcanica coreografata come un balletto, una scena di caccia memore del tragico mito di Icaro e una processione funebre che nel suo procedere a passo di danza sembra la nemesi della Danse di Matisse.
Il racconto, ambientato intorno al secondo secolo dopo Cristo, procede secondo due linee narrative strettamente intrecciate: la prima segue l’ossessione dei personaggi per la cattura della Fenice, il cui sangue, se bevuto, concede l’immortalità; la seconda si snoda lungo i conflitti dei primi popoli giapponesi: l’annientamento degli abitanti di Kumaso da parte degli Yamatai della regina Himiko prima e la sconfitta di questi da parte del clan dei Takamagahara poi. In questa epica per i tempi moderni, che Tezuka costruisce attingendo dai miti fondativi della cultura giapponese – il Kojiki e il Nihon Shoki – non vi è però alcuna celebrazione della tradizione; l’alba a cui fa riferimento il titolo è sì quella della nazione giapponese, ma le battaglie e le atrocità che si susseguono vanno a costruire un vero e proprio anti-mito delle ambizioni di gloria e immortalità.
Quasi volesse evidenziarne l’esito paradossale, il mangaka di Osaka rivela di capitolo in capitolo la natura effimera di questa caccia alla fenice, che mai riesce a sfuggire al ciclo di violenza, morte e rinascita degli esseri umani.
Anche il finale di questo primo libro, in parte aperto alla speranza, in cui Takeru, figlio degli unici due sopravvissuti delle popolazioni sterminate, riesce a fuggire dal nido della fenice (un vulcano spento), in cui la sua famiglia era rimasta isolata per decenni a causa di una serie di eventi fortuiti, ha un sottile sapore amaro. Takeru, nome archetipico giapponese che può significare (uomo) eccellente o leader, una volta uscito dal vulcano-nido, non riesce a trattenere l’euforia nel vedere dall’alto la grandezza del mondo che si svela ai suoi occhi.
“Eccolo il mondo!”
“E’ immenso!”
“Tutto questo apparteneva a noi, gente di Kumaso?”
Il lettore, nel vederlo allontanarsi verso l’orizzonte delle sue terre di origine, non può non domandarsi perché il primo pensiero di Takeru dinanzi a quella bellezza sia di rivendicarne il possesso e non può non intravedere l’inizio di un nuovo ciclo di tragedie.
Ciò che colpisce al termine della lettura è che nonostante Tezuka crei una grande epopea umana egli non sembra parteggiare per i suoi eroi/antieroi, non li presenta sotto una luce positiva, né sembra giustificare in alcun modo le loro azioni. Non c’è nel “libro dell’alba” un intento più nobile o moralmente elevato di un altro per l’uccisione della fenice; in questo senso il desiderio del giovane protagonista Nagi di ottenerne il sangue per salvare la vita della sorella e quello della regina Himiko di averlo per scongiurare il proprio invecchiamento e mantenere il proprio potere sono identici atti di arroganza nei confronti dell’ordine delle cose e come tali destinati a naufragare. E non deve stupire il fatto che sia proprio il più sanguinario dei personaggi a rinunciare ad abbattere l’uccello di fuoco: sebbene egli si chieda a cosa serva vivere per sempre, la sua supplica alla fenice immortale di tramandare ai posteri le sue gesta non può che apparire come un diverso mezzo per ottenere il medesimo fine.
Dal punto di vista dell’impianto visivo, il “Libro dell’alba” è un gioiello di composizione e raffinata cultura dell’immagine. Le scene di massa, siano esse battaglie, matrimoni o funerali sono fortemente dinamiche e di ispirazione cinematografica e i personaggi sono distribuiti secondo una logica geometrica rigorosa.
Una sola vignetta nera in campo lunghissimo, punteggiata di piccole macchie bianche in linea retta è sufficiente a Tezuka per creare nel lettore l’angoscia di un’imminente invasione da parte di una flotta di navi Yamatai e, quando queste finalmente si rivelano alla vista, la disposizione prospettica della flotta a disegnare la linea d’orizzonte nell’unica campitura nera del cielo e del mare, è di una potenza visiva senza pari.
La rappresentazione della violenza è sempre priva di sangue ed effetti granguignoleschi ma non per questo è meno disturbante; al contrario, è proprio in alcune vignette dalle punte più surrealiste che questa è evidente nel suo aspetto più grottesco e inumano.
Anche le sequenze di campi e controcampi durante i confronti più intensi tra i personaggi rimandano al cinema, e i primissimi piani su particolari dei volti riportano alla mente i western di Sergio Leone usciti in quegli anni e ancor più le immagini dell’altro nume tutelare del racconto per immagini giapponese, quell’Akira Kurosawa dal cui repertorio sia il mangaka che il regista italiano attingono a piene mani.
Gli occasionali intermezzi umoristici e le rotture della quarta parete sono una cifra stilistica costante di Tezuka e, sebbene possano apparire invasive o inopportune per un lettore degli anni duemilaventi, fungevano da mezzo per stemperare la tensione narrativa e gestire il ritmo di un fumetto che, per quanto d’avanguardia, restava destinato a un pubblico giovanile.
“La fenice” consta di dodici archi narrativi che spaziano dal remoto passato al lontano futuro ed è rimasto incompiuto per la morte di Tezuka. Difficilmente sapremo qual era la destinazione a cui il maestro volesse condurre il lettore al termine del lungo viaggio dell’uccello di fuoco: certamente “Il libro dell’alba”, riesce a offrire uno sguardo disincantato su alcuni luoghi oscuri della natura umana e lo fa, pur con qualche eccesso retorico, con un linguaggio epico e potente che, nonostante il segno cartoonesco (anzi, forse anche grazie a questo), dimostra una volta di più perché Tezuka è il manga no kamisama.










