È una gelida estate, come diceva Guè nel 2019, gelida non certo per l’atmosfera esterna bensì per quanto l’ennesimo capolavoro di Michael Gira riesce a portarsi dentro e spandere nell’ambiente ristretto, sia esso una minuscola manciata di metri quadri casalinghi o una serie di chiese e monasteri oppure teatri.
‘The Beggar’, il sedicesimo (si) album degli Swans è, al solito, un mostro monolitico in cui ormai la creatura Swans è composta al 70% dallo spirito errante di Gira completato però dall’immenso talento di Kristof Hahn, Larry Mullins, Phil Puleo, Christopher Pravdica e Dana Schechter. Come se tutto ciò non fosse sufficiente anche Ben Frost si unisce a questa carovana del dolore ripetuto all’infinito. Forse non proprio infinito ma l’opera ha una durata di due ore e due minuti spalmata in dieci canzoni più un macigno di quarantatré minuti che risponde al nome di ‘The Beggar Lover (Three)’, che infatti nell’edizione CD occupa lo spazio di un intero dischetto di policarbonato.
Non che ci aspettassimo un lavoro di easy listening, non lo avremmo mai accettato, ma, nonostante le apparenze, l’album scorre con una fluidità estrema, trasferendoci totalmente nello spazio tempo direttamente nella dimensione che più aggrada a Gira, una distesa su un tappeto di note ripetute, riarrangiate e orchestrate, in cui fluttuare completamente obliati.
Gira è ormai un profeta ed il resto della band i suoi apostoli e ‘The Beggar’ è una messa, una litania, in cui perdersi totalmente, un mostro informe ma non pericoloso con il quale tocca a noi trovare la chiave di lettura e trovare conforto.
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