Aneddoti scientifici raccontati in lingua sarda si mischiano a quelli della tradizione orale nel libro “S’Universu a Bolu. Contixeddus po piticus e mannus po scoberri su mundu de sa fìsica de oi”. L’opera prima del ricercatore Matteo Tuveri, fisico teorico, divulgatore e comunicatore scientifico per l’Università di Cagliari è un viaggio nell’universo della fisica del Novecento e della fisica contemporanea. Il volume, finito di stampare nell’aprile del 2023 per NOR edizioni, contiene al suo interno le illustrazioni dello stesso Matteo Tuveri e di Arianna Steri in copertina.
Com’è nata l’idea di scrivere un libro sulla fisica in sardo?
Il libro parte da una ricerca nei campi della didattica e della comunicazione della scienza ed è un lavoro di sintesi di tutti gli studi da me condotti e le curiosità raccolte in un certo ambito della fisica moderna e contemporanea, con l’intento di renderla accessibile a tutte e tutti in modo artistico. A questo si aggiunge il desiderio di riscoprire le proprie radici attraverso la lingua sarda e di utilizzarla in un contesto di divulgazione per comunicare la scienza.
Quanto tempo e quanto lavoro ci sono voluti per realizzarlo?
È un lavoro che mi ha tenuto occupato per quattro anni, per quanto in maniera non continuativa. Sono stati anni di studio ma anche di divertimento, gioco e sperimentazione di nuove forme di divulgazione per raccontare la scienza a 360 gradi. Dopo una prima filastrocca in sardo, nata spontaneamente, ho iniziato ad approfondire lo studio della lingua, soffermandomi sulle allegorie e sulle metafore per riscoprire il potere evocativo del sardo e per cercare di capire come questo potesse restituire al meglio il senso della fisica.

Nel libro ci sono tante filastrocche, poesie e racconti della tradizione orale sarda. Anche questi sono modi validi per diffondere la scienza?
Certamente! Le strutture linguistiche del sardo sono strumenti fondamentali e fenomenali che si prestano bene a raccontare anche la fisica. Il libro contiene trenta racconti e trenta filastrocche che sintetizzano una parte della fisica, nello specifico la meccanica quantistica, la fisica delle particelle, la relatività, l’astrofisica e la cosmologia, e lo fanno attingendo alla lingua e all’utilizzo della stessa nel quotidiano. Ho recuperato alcune filastrocche della tradizione orale sarda e le ho trasformate per adattarle alla fisica, in altri casi mi sono semplicemente ispirato a quelle ed è tutto frutto della mia fantasia. Si trovano anche i dicius e i contixeddus tipici della Sardegna. Dietro c’è tutto il gioco delle rime che ha anche una funzione didattica e divulgativa.
Cosa risponde a chi obietta che la lingua della scienza non è il sardo?
Non esiste una lingua della scienza, ed è proprio la storia della scienza a suggerircelo. Esistono varie lingue che la scienza utilizza per comunicare, come fa con la matematica, che struttura i fenomeni che si verificano intorno a noi. Ci sono poi le comunicazioni fra scienziati e scienziate che avvengono in inglese perché si è scelta quella come lingua comune. Ma l’inglese scientifico è intriso di latino e di greco. Dal momento che il sardo è una lingua ed è tra le più vicine al latino – cosa che ci dà tantissimi vantaggi – non ci sono ragioni per cui non possa utilizzarsi per comunicare la scienza. Casomai si tratta di capire e ragionare su quali siano gli elementi che ci consentono di costruire un pensiero scientifico con una lingua.
Prendendo in mano il suo libro ci si fa da subito un’idea del tipo di scienziato che è. Ce lo vuole raccontare meglio lei?
Il libro è una sintesi di tutte le mie passioni. Mi sono avvicinato alla fisica perché affascinato dalla possibilità di indagare come il mondo dell’infinitamente piccolo potesse comunicare con quello dell’infinitamente grande, domanda ancora priva di risposta. Nella fase iniziale dei miei studi rimasi colpito dal mondo delle astro-particelle, però durante la magistrale a Torino virai verso la relatività generale, interrogandomi su come fosse fatto l’universo. Tornato a Cagliari per il dottorato ha infine prevalso quello che chiamo “il senso sociale della scienza”. Ho iniziato a dedicarmi completamente alla comunicazione della stessa e adesso sono ricercatore nel campo della didattica della fisica. Inoltre da appassionato di musica ho sempre utilizzato l’arte come strumento di divulgazione scientifica e nel mio lavoro mi occupo costantemente di trovare nuove metodologie sia per la divulgazione che per la didattica.










