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Salvatore Mereu torna a raccontare il mondo dell’infanzia in “Su cane est su miu”, in concorso al Locarno Film Festival. Premiato anche il documentario “Nella colonia penale”

Di Claudio Cinus
30/08/2025
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti

Era il 2021 quando il Locarno Film Festival introdusse la sezione Corti d’Autore nello storico concorso per cortometraggi Pardi di Domani: se i due concorsi nazionale e internazionale erano sempre stati dedicati alla scoperta di nuovi talenti, il terzo voleva offrire una collocazione autorevole a registi già affermati che avessero deciso di cimentarsi col cinema breve. Nel corso della 78esima edizione, che si è svolta dal 6 al 16 agosto, uno degli autori invitati è stato Salvatore Mereu che così ha avuto l’opportunità di presentare il suo nuovo cortometraggio “Su cane est su miu“, partecipando per la prima volta al prestigioso festival svizzero.

Mereu si è liberamente ispirato a un racconto, ambientato nel secondo dopoguerra, scritto da Salvatore Cambosu nel 1946 per la rivista “Il politecnico” diretta da Elio Vittorini; il film invece si colloca negli anni Settanta, come si può notare dai modelli di automobili parcheggiate per strada e soprattutto dalla maglietta con la grafica di “Yuppi Du” sfoggiata da Giaime, il più piccolo dei protagonisti. Giaime si è lasciato scappare le tortore che gli erano state affidate da Tommaso, un ragazzino più grande di lui: il suo cane Miggia ha rotto la gabbia e sono volate via. Un altro bambino, Jacopo, costringe il riluttante e spaventato Giaime a portare il cane da Tommaso, in modo da raccontargli l’accaduto e scaricare su di esso la colpa; è proprio il maggiore del terzetto, chiaramente consapevole di essere il più forte e carismatico, a decidere la sorte dell’animale che ha causato inavvertitamente il guaio.

Il passaggio impercettibile dall’infanzia all’età adulta

Girato a Lotzorai, “Su cane est su miu” è parlato in sardo, e questa è una delle ragioni per cui è ambientato nel passato, sebbene successivamente all’epoca del testo di Cambosu, anziché ai giorni nostri: allora quella era la modalità più comune di esprimersi. L’altro valido motivo è la volontà di rappresentare la vita dei giovanissimi quando ancora passavano la maggior parte del tempo fuori casa, per le strade di paese o a contatto con la natura: non essendoci ancora distrazioni come smartphone e videogiochi, non esistendo una vita parallela su internet a rubare tempo a quella reale, la vicenda risulta credibilmente immersa nel suo tempo. In quanto ai comportamenti dei giovani, però, il mezzo secolo che ci separa dagli eventi del film non è altrettanto rilevante: i meccanismi relazionali di potere e sottomissione messi in scena da Mereu sono sempre validi, anche per gli adulti. La differenza d’altezza dei tre ragazzi, anche più dell’età, stabilisce un’esplicita gerarchia non negoziabile che rende ineluttabile la supremazia di Tommaso, decretando che debba essere lui soltanto, senza ascoltare nessun consiglio o lamentela, a decidere se infliggere una pena al cane. Il povero Miggia, colpevole di avere usato male la sua libertà di movimento per giocare con la gabbia delle tortore, subisce il contrappasso del guinzaglio che lo costringe a seguire ovunque il trio: dal suo punto di vista, posto più basso di tutti, non è probabilmente in grado di capire la differenza tra gli adulti e quei ragazzini immaturi coi quali vorrebbe solo giocare, che ragionano ancora in termini elementari di colpa e punizione.

Quando partono i titoli di coda, l’azione resta sullo sfondo. Anche se in genere, in quel momento, l’attenzione dello spettatore cala, in questo caso vale la pena provare a restare concentrati sulle immagini dietro le scritte che scorrono: vediamo, intenti a giocare e scherzare sulle rive di un fiume, i tre ragazzini (i cui interpreti si chiamano Giaime Mulas, Jacopo Devigus e Tommaso Devigus). Nella maniera in cui si fronteggiano, è possibile continuare a osservare i rapporti basati su un’alternanza di prepotenza e consenso ma soprattutto, nascosto nei gesti scherzosi, il desiderio di non farsi condizionare da quanto accaduto in precedenza; eppure, proprio per questo atteggiamento, si capisce che qualcosa in loro è già cambiato, soprattutto in Tommaso.

Il premio al documentario “Nella colonia penale”

Quello di Salvatore Mereu non è stato l’unico film sardo invitato a Locarno. La Semaine de la Critique, sezione indipendente organizzata dall’Associazione Svizzera dei Giornalisti Cinematografici in collaborazione col Locarno Film Festival, presenta ogni anno un programma di sette lungometraggi documentari: quest’anno, sei erano in anteprima mondiale e uno solo, “Nella colonia penale“, era in anteprima internazionale, essendo già stato proiettato al Bellaria Film Festival a maggio.

Il film dei quattro registi Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, girato nelle colonie penali sarde di Isili, Mamone e Is Arenas con una conclusione all’Asinara, si è aggiudicato il Marco Zucchi Award per il documentario più innovativo dal punto di vista estetico-formale: è il secondo premio per importanza, intitolato all’ex delegato generale della sezione morto nel 2020. Questa la motivazione della giuria: “Ambientato in Sardegna, il film documenta, in quattro capitoli distinti, la vita quotidiana delle ultime colonie penali d’Europa, una delle quali trasformata in riserva naturale. Riprendendo prigionieri, guardiani e animali attraverso un’estetica che intreccia queste diverse prospettive, i cineasti offrono una riflessione poetica e talvolta spiazzante sulla detenzione, sull’esperienza della reclusione e, più in generale, sul nostro rapporto con il mondo”.

A prendere la parola a nome di tutti, nel corso della cerimonia di premiazione allo Spazio Cinema, è stata Silvia Perra: “Siamo felicissimi ed emozionati per questo premio. Ci teniamo a ringraziare i selezionatori, gli organizzatori del Festival e la giuria che ci ha dato questo premio. Ricevere un premio del genere, sull’innovazione cinematografica, in un contesto così importante per la cinematografia mondiale è per noi motivo di grande orgoglio. Ringraziamo i nostri produttori, la troupe, e tutte le persone – libere o meno – che lavorano nelle colonie penali, senza le quali questo film non si sarebbe mai potuto realizzare”.

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