Tornano a vibrare note del passato a Tonara, e non per nostalgia sterile, ma per la necessità di ricordare un tempo in cui la musica alternativa era non solo intrattenimento, ma linguaggio, resistenza, comunità. Nasce così Rock Area 40, il 6 e 7 settembre: due giorni di mostre, dibattiti, proiezioni ed esibizioni dal vivo per commemorare il festival che, tra il 1985 e il 1992, portò in Sardegna oltre ottanta band dall’isola, dalla penisola e dall’Europa.
Negli anni Ottanta il rock alternativo italiano era una giungla di suoni rabbiosi e fragili, di sperimentazioni acerbe e improvvisazioni epiche, e nel cuore della Sardegna qualcuno decise che anche lì, lontano dalle metropoli, era giunto il momento di dare voce a quella nuova energia. Così si accese Rock Area: otto edizioni che, tra difficoltà logistiche e entusiasmo militante, portarono sul palco di Tonara gruppi come Skiantos, Not Moving, Jazz Butcher, The Seers, Sun Dial e un’intera costellazione di band sarde, dai Crêpesuzette ai Dorian Gray, dai Kenze Neke ai Tomato Ketchup. Una geografia musicale che oggi suona quasi mitologica, popolata di nomi, spesso ancora presenti in forme e funzioni diverse, che evocano piazze trasformate in palcoscenici, fiere produzioni indipendenti e l’idea che perfino in Sardegna si potesse davvero far partire qualcosa.
Il quarantennale non è una riedizione del Festival. Non ci sarà il tentativo di rimettere in piedi, pezzo per pezzo, quell’esperienza irripetibile: ci sarà piuttosto la volontà di custodirne la memoria. Le ex Scuole di via Sant’Antonio ospiteranno un archivio fatto di fotografie, ritagli di giornale, locandine e persino le tre puntate del reportage di Sardegna 1 sull’edizione del 1991. Non un museo polveroso, ma un luogo di ricomposizione collettiva, un filo che leghi chi c’era e chi ancora non conosce quella pagina di storia. La memoria, tuttavia, non è mai neutrale. Ogni racconto porta con sé anche i conflitti, le tensioni, le polemiche. Rock Area, negli anni, fu amato e contestato, celebrato e criticato. Nelle sale dell’ex-Asilo si parlerà delle origini, delle difficoltà organizzative, della percezione esterna, con la voce di giornalisti, direttori artistici e musicisti che contribuirono a scrivere quelle pagine.
Il programma alterna riflessione e musica. La mostra aprirà alle 12 del 6 settembre nei locali ex-Scuole Medie, e sarà visitabile fino al tardo pomeriggio di domenica 7.
Sempre il 6 settembre, alle 16:30, nei locali dell’ex-Asilo all’angolo tra via Monsignor Tore e via Sant’Antonio, ci si ritrova per parlare: un incontro fatto di racconti, di memoria condivisa, di piccoli inciampi e grandi entusiasmi. Si parte dalle origini, da quel momento in cui qualcuno decise che un festival del genere poteva nascere anche lì, tra i monti. Ne discutono Francesco Abate, Enrico Spanu, Pierluigi La Croce e Pino Peddes, moderati da Simone La Croce che tiene insieme i fili della conversazione.
Si passerà quindi a osservare il festival da un’altra prospettiva, quella di chi lo guardava dall’esterno: dai paesi vicini, dal capoluogo, dalle pagine dei giornali. Parlano Maurizio Pretta, Alberto Sanna, Gianni Zanatta e, in collegamento, Antonio Bacciocchi dei Not Moving, moderati da Claudio Loi. Tra un incontro e l’altro, Alberto Sanna si esibirà in versione one man band. Infine, alle 21:30, il piazzale retrostante la chiesa di Sant’Antonio diventerà palco e spazio comune, ospitando i Bacters da Riola, i Fenech da Sassari, gli X-nipples da Cagliari. A chiudere, il Palitrottu DJ set, a ribadire che la memoria non è solo nostalgia ma anche presente che pulsa.
Domenica 7 si entra nel vivo alle 17 con “Rock Area visto dai musicisti”: non più il punto di vista degli organizzatori o degli spettatori, ma quello di chi saliva sul palco, di chi quelle serate le ha vissute con il corpo, con gli strumenti, con la precarietà e l’euforia di una scena che si stava inventando mentre accadeva. Si presentarà il docu-film “The Missing Boys” (Giacomo Pisano ne ha parlato qui), che prova a restituire, con immagini e suoni, l’impatto che Rock Area ebbe sulla scena e sui musicisti di quegli anni. Ne parlano il regista Davide Catinari insieme a Riccardo Frau dei JAB e Franco Frau dei Vapore 36. A guidare la conversazione, Alessandra Soddu. Un’ora più tardi, alle 18, partirà la proiezione del film.
Iniziative come questa hanno un doppio valore. Da un lato c’è la celebrazione di un’eredità culturale che rischia di finire sotto la polvere degli archivi (o peggio, dissolta in qualche playlist algoritmica senza autore né contesto); dall’altro c’è l’offerta alle nuove generazioni, ma anche a chi quella stagione non l’ha mai davvero capita, di una consapevolezza che la musica non è solo intrattenimento usa-e-getta, ma radicamento territoriale, tensione civile, desiderio di riscatto quasi fisico. Rock Area non nacque per tappare i buchi di un calendario estivo già allora piuttosto fitto: nacque come gesto politico e poetico insieme, un atto di rottura, un tentativo di respirare fuori dall’isolamento. E il suo ritorno oggi, con l’intero ecosistema dei festival ormai digerito dallo streaming, con le piazze che si ritrovano a competere non con altri spazi reali ma con l’invisibile geometria degli algoritmi, suona inevitabilmente come un’altra lotta.
Il ritorno di Rock Area porta con sé un paradosso toccante: quelli che un tempo gridavano dentro i microfoni oggi hanno figli da accompagnare a scuola, lavori che prevedono badge e straordinari, rate del mutuo e più frequenti conversazioni con medici che con fonici. Eppure, nel ricordo delle distorsioni di Tonara resiste un frammento di libertà, minuscolo ma intatto. Rock Area 40 è sorta di specchio: occasione per ridere del proprio invecchiare ma anche per riconoscere che, contro ogni logica di streaming e algoritmi, la musica riesce ancora a fare la sua cosa elementare e insostituibile: unire.









