Chi da bambino non ha mai sognato di entrare nella propria stanza disordinata e trovare Mary Poppins con cui cantare e riordinare con una bacchetta magica? O, un po’ più grandicelli, di affacciarsi al balcone come George Peppard (sì proprio lui, quel John “Hannibal” Smith, per i meno romantici) e ascoltare Audrey Hepburn che canta Moon River? Chi non ha mai sognato di fare shopping, scrutata a vista da Richard Gere come Julia Roberts in Pretty Woman o farsi una chiacchierata con Doc e Marty McFly? Chi non avrebbe voluto assistere al duello tra gli ultimi immortali, Connor MacLeod e il Kurgan, con la decapitazione di quest’ultimo, lo scoppio delle finestre e l’urlo di Christopher Lambert? O a al combattimento tra Uma Thurman/ Beatrix Kiddo e Lucy Liu / O-Ren nel giardino imbiancato dalla neve?
Tutti abbiamo sognato, almeno una volta nella loro vita, di vivere una scena di un film. Perché ogni pellicola riporta a un ricordo, a una paura, a un’attesa, a una risata vissuta in poltrona sotto il grande schermo o sul divano davanti al televisore, quando ancora non esistevano le piattaforme streaming e la prima visione in TV la si attendeva con ansia.
È per questo che parla a tutti il Movie Time Machine – a cinematic musical, sontuoso spettacolo andato in scena questo fine settimana all’auditorium del Conservatorio di Cagliari, prodotto dalla Compagna EllioT. Oltre due ore di spettacolo in due atti, con un intervallo di dieci minuti, in cui si porta a teatro la storia del cinema holliwoodiano dagli anni Cinquanta agli anni Novanta.
Si apre proprio con una carrellata di spezzoni di film, poche decine di secondi che fanno subito battere il cuore a chi sta in platea, perché condensa in pochissimo tempo una tale quantità di pellicole che ci hanno fatto ridere, sognare, piangere, temere, sussultare. Non importa quanti anni abbiate: fa tornare subito indietro nel tempo il Movie Time Machine, si ridiventa immediatamente bambini e poi, in un batti baleno si passa per adolescenza, gioventù, maturità. Un turbinio di sensazioni che scompone, scuote. Bisogna tirare un sospiro e aspettare un secondo per riprendersi. I tempi del teatro fortunatamente lo permettono.
Ad aiutare a riprendere il filo del discorso ci pensano i due protagonisti di questo film teatrale che contiene al suo interno tante storie strappate dalla cellulosa che fa rivivere in scena con ballerini, cantanti, musicisti in carne e ossa. Oltre sessanta in tutto.
Hanno voluto fare le cose in grande, quelli della compagnia EllioT. E ci sono riusciti anche questa volta, a distanza di tre anni dalla prima messa in scena del Movie Time Machine. Operazione non facile quella di amalgamare così tanti artisti che dal vivo riescono a divertirsi e divertire. È un tripudio di allegria, spensieratezza, energia quella che ogni membro della compagnia ha portato sul palcoscenico e trasmesso al pubblico, con cui è entrato subito in empatia. Che infatti che ha ricambiato con una serie di applausi a scena aperta.









Sono poche le produzioni teatrali che coinvolgono cosi tanti artisti dal vivo (più tecnici, truccatori e ogni figura che contribuisce da dietro le quinte alla riuscita di uno spettacolo), affiatati in una miscela di energia senza nessuna sbavatura. Il merito è di Massimiliano Defraia e Cristina Melis, registi (il primo anche sceneggiatore) del Movie Time Machine (MTM).
Non un semplice musical, ma un compendio di storie e colonne sonore che hanno segnato la storia. A farle rivivere sono i protagonisti Silvia (Rebecca Anichini) e Marco (Alessandro Verbicaro) che acquistano la Movie Time Machine, una particolare macchina del tempo, che invece di catapultare nel passato o nel futuro, porta dritta nel cuore delle pellicole. Basta comporre un codice con lo smartphone et volià, si balla Cuck Berry con Vincent Vega e Mia Wallace o si danza sotto la pioggia con Gene Kelly, o con Patrick Swayze e Jennifer Grey / Baby
Si torna bambini anche perché torna bambina la protagonista, Silvia, che con la mamma passava ore a guardare i film (e qui ci piace pensare che Defraia abbia voluto fare un omaggio a Nuovo Cinema Paradiso e all’educazione alle emozioni della settima arte che Tornatore compie con la sua opera più celebre) “Prima della sua malattia ogni volta che poteva mi prendeva con sé, mi metteva lo scialle e mi portava sul divano di casa. Poi accendeva il videoregistratore e mi diceva: ‘scegli, Pulce, vuoi la luce o la luna’”, riferimento a due celebri film. E Silvia sceglie e viaggia anche da grande, assieme al suo Marco, attraverso le scene – e le musiche – che hanno segnato la loro vita.
Le colonne sonore, è noto, hanno un impatto fondamentale nella riuscita di una pellicola. E non potevano non averla in questo spettacolo. Temi eseguiti magistralmente, dai tanti musicisti di fondo sul palco, sotto il grande schermo. Una naturalezza frutto evidentemente di tante ore passate a provare passaggio dopo passaggio, cambio dopo cambio, perché non ci fosse nessuna stonatura.
E il rischio di stonare è enorme se poi bisogna interpretare ‘I have nothing’ di Witney Huston. La cantante, il cantante, i coristi del Movie Time Machine fanno vibrare l’anima con i loro acuti, così come i ballerini e ogni persona che ha pestato il palcoscenico. Ognuno ha trasmesso freschezza, allegria, passione a ogni spettatore che assisteva, ora divertito, ora attonito, a coreografie e interpretazioni.
Amalgamare tutti questi elementi è stata la grande sfida, vinta per la seconda volta da Defraia e Melis. E non era per nulla scontato replicare il grande successo del gennaio 2020, prima volta che il Movie Time Machine venne allestito, sempre all’auditorium del Conservatorio. Spettacolo profetico, l’MTM, perché c’è una frase che si sussegue e che lascia sgomenti se si pensa che fu detta al pubblico pochi giorni prima che la pandemia del Covid-19 sconvolgesse il mondo intero: “non riusciremo più a tornare alle nostre vite normali”. Quanto era vero.
Ci prova questo spettacolo a farci emozionare gli uni accanto agli altri, senza mascherine, senza paura se qualcuno tossisce. Perché poi, in fondo, se si sta attenti, la soluzione a questa distopia i cui effetti a lungo termine ci condizionano ancora, la dà lo spettacolo stesso. Quando la mamma di Silvia (Cecilia Lenigno) dice “la memoria e il tempo devono trovare la giusta direzione”. Ne saremo capaci anche noi come hanno fatto i protagonisti?










