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Anselm Kiefer e la poetica delle macerie, il film di Win Wenders ci costringe ad aprire gli occhi

Di Giacomo Pisano
18/05/2024
in Arte, Cinema
Tempo di lettura: 3 minuti
Anselm Kiefer e la poetica delle macerie, il film di Win Wenders ci costringe ad aprire gli occhi

“È difficile dipingere un paesaggio quando ci è passato un carro armato”.

Questa è una delle frasi più significative di “Anselm“, il film diretto dal regista Win Wenders in questi giorni nelle sale cinematografiche di tutta Italia e incentrato sull’artista tedesco Anselm Kiefer, tra i più visionari e immaginifici del nostro secolo. Ed è forse anche la frase chiave per interpretare nel modo più corretto l’opera del l’allievo del grande Joseph Beuys.

Si tratta di un documento straordinario, che si avvale di materiale risalente agli esordi dell’artista ma anche al periodo post bellico, quello in cui Kiefer è cresciuto muovendosi tra le macerie della Germania all’indomani della sconfitta di Hitler e che utilizza anche la tecnologia 3D.

Il tema del nazismo, del crollo, dell’oblio bussano incessantemente alla sua porta. Con la sua performance “Occupazioni”, che risale anni ’60, ad esempio, si fece ritrarre in scatti fotografici mentre eseguiva il saluto Sieg Heil in varie capitali europee con l’intento di rifiutare l’opera di rimozione della memoria e della portata del disastro nazista in termini di vite umane di possibilità future. La storia non può semplicemente essere archiviata.

Largamente frainteso nella sua terra natale, Kiefer ha proseguito a mostrare ciò che nella sua infanzia ha immagazzinato, tra campi di sterpi bruciate, piombo e cemento. I segni della lotta, i segni della sconfitta. Ma se una visione superficiale potrebbe far credere di trovarsi di fronte a un trionfo della morte Kiefer invece oppone una grande forza interiore: chi propone scenari di morte in realtà inneggia alla vita. Infatti Kiefer ci ricorda che nonostante il fuoco e il cemento la natura, anche se sconvolta, trova il modo di crescere e così la speranza. Non dimenticare equivale a fare un atto di volontà e una promessa per il futuro: mai più.

Le sue opere sono insolitamente grandi, monumentali, talmente ampie da divenire immersive e assorbire chi osserva al suo interno. Costellate di simboli le sue pareti pittoriche, le sculture, le installazioni e anche i bozzetti, divengono codici da decifrare pieni di rimandi. Tutto è simbolo nella sua arte e tutto è simbolo nel lungometraggio di Wenders in cui lo sguardo del Kiefer bambino trova completezza in quello dell’Anselm adulto in una splendida immagine contemplativa.

La sua è una poetica delle rovine, la celebrazione del lato bello delle macerie, ovvero il monito che recano con sé. In Italia possiamo ammirarlo a Milano, nel suggestivo spazio permanente a lui dedicato all’Hangar Bicocca, con la sua opera “i Sette Palazzi Celesti”, sette torri di 19 metri realizzate in cemento, cunei in metallo e al cui interno sono inglobate pagine di libri. Il lavoro prende ispirazione da un antichissimo trattato ebraico dal titolo “Libro dei Palazzi/Santuari”, che risale al V-VI secolo dopo Cristo, e che descrive il cammino spirituale da affrontare se i vuole raggiungere la pace divina. Colpisce che la consapevolezza e l’ascesa ancora una volta passino attraverso la desolazione e la distruzione, in una sorta di viaggio mistico alla ricerca di un pensiero più alto.

E così regista e artista ci ammoniscono a non scordare il passato, a farne tesoro e a rielabolarlo. Ci esortano a non temere le ferite perché da esse nasceranno nuove possibilità e, infine, ci invitano a guardare agli altri e al mondo con delicatezza.

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