Con le “leggi fascistissime” emanate fra il 1925 e 1926 il Regime rese illegale ogni forma di opposizione, critica e dissenso. Mentre la maggioranza accettava prona i nuovi dettami, ci furono persone, che con grande coraggio e dignità, scelsero di non rinunciare alle proprie idee e sia in clandestinità che apertamente, cominciarono a manifestare in modi diversi l’avversione per la dittatura mussoliniana. La maggior parte dei loro nomi, talvolta anche per futili motivi, finì fra gli schedari del Casellario Politico Centrale che ancora oggi ci danno testimonianza di coloro che scelsero di “resistere” ben prima dell’otto settembre 1943 e che spesso anche la memoria antifascista tende a trascurare.
Nel Casellario Politico Centrale, conservato nell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, figurano i nomi di circa 1900 sardi (1877, fra qualche errore e doppione),1831 uomini e 46 donne. Pur essendo incompleto è esplicativo su come fosse composta l’opposizione e l’avversione al fascismo isolana dalla metà degli anni Venti fino ai primi anni della guerra. Fra le schede emergono chiaramente i personaggi di spicco della politica sarda dell’epoca, da Antonio Gramsci a Emilio Lussu, da Velio Spano a Cesare Pintus, fino a Camillo Bellieni e i Berlinguer.

Suddivisi per appartenenza politica e professione, la maggior parte (806) sono identificati semplicemente come antifascisti. Gli altri sono suddivisi fra comunisti (499), socialisti (303), anarchici (173), repubblicani (36), cinque “anitinazionali”, un massone e un non meglio precisato “sovversivo”. Per i restanti 56 non viene specificato alcun colore politico, anche se balza agli occhi l’assenza totale delle diciture “sardista” e “cattolico”, correnti di pensiero che nell’antifascismo isolano ebbero un ruolo tutt’altro che marginale. Sono questi gli uomini e le donne che finirono sotto la lente delle istituzioni del regime e dell’O.V.R.A, l’intricata rete di spionaggio fascista che allungava i suoi tentacoli anche all’estero, negli ambienti dell’emigrazione in Francia, Stati Uniti, ma anche Nord Africa e America Latina, che inseriva i loro nomi nella Rubrica di Frontiera dove venivano segnalati ben 627 sardi.

Per chi era rimasto in Italia, le leggi fascistissime prevedevano una serie di provvedimenti atti a spegnere ogni forma di antagonismo. Arresti, radiazioni, invii al confino, internamenti, diffide e denunce per “offese al capo dello stato” erano gli strumenti più frequenti. Ad essi si aggiungeva quello peggiore, la denuncia al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, un organo giudiziario studiato appositamente per colpire i più irriducibili oppositori, in seguito alla quale si poteva essere condannati a pagare pene salatissime. Fu questo collegio giudicante, presieduto alla sua creazione dal generale Carlo Sanna affiancato dai giudici titolari, tutti consoli della MVSN (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale), fra i quali figurava un altro sardo, il tenente colonnello dei carabinieri Lussorio Cau, “l’eroe di Morgogliai”, lo stesso che mandò davanti al plotone d’esecuzione l’anarchico Michele Schirru e condannò a trent’anni di carcere il cagliaritano Pietro Meloni. Al Sanna e al Cau sono state intitolate vie in diversi comuni, mentre la figura dell’anarchico di Padria è ancora sconosciuta ai più; un esempio lampante di quanto sia lacunosa e opinabile la memoria storica isolana. Il Tribunale Speciale sarà responsabile della condanna a centinaia di anni di reclusione e vigilanza speciale di almeno 44 sardi.
Oltre i casi di aperta e plateale opposizione al fascismo degli esponenti della classe politica ai quali il regime riserva le più energiche attenzioni, l’apparato poliziesco dell’O.V.R.A può contare su una fitta rete di spie e delatori pronti a segnalare anche il più innocuo degli atti “sovversivi”. Gli esempi si sprecano. Si passa da Antonio Perra e Giuseppe Serra che vengono denunciati al Tribunale speciale per aver cantato ‘Bandiera Rossa’ in un sugherificio di Sorgono e per aver rivolto frasi ingiuriose al Capo del Governo, fino a uno strillone disoccupato, nipote di Pietro Golosio da Mamoiada combattente in Spagna, che viene assegnato al confino per 5 anni per aver disegnato sul tavolo dell’ospedale una falce e martello, anche se forse il culmine viene raggiunto con la segnalazione di una bambina di 10 anni, Maddalena Marcello di Sarule, rea di aver distribuito fiori rossi in occasione di una manifestazione comunista in Corsica. Ma in mezzo a questi ci sono tanti casi di chi sceglie di resistere, e lo fa con i pochi mezzi del quale può disporre: convegni clandestini, piccoli opuscoli, manifesti, l’ascolto di Radio Londra e Radio Barcellona, sono questi gli unici strumenti ai quali si aggrappano le speranze degli antifascisti e delle antifasciste sarde. Anche perché il Regime ha fatto terra bruciata attorno agli esponenti antifascisti che sono espressione dei ceti professionali come avvocati, medici, insegnanti, e questo si evince da una relazione del prefetto di Nuoro del 1928 dove viene specificato che” Elementi contrari al Regime sono rimasti in questa provincia pochi socialisti e in numero più rilevante gli aderenti al disciolto partito Sardo d’Azione, questi ultimi compresi in gran parte nella categoria degli intellettuali”.
Per molti oppositori questa situazione sarà la base sulla quale maturerà la scelta dell’espatrio clandestino attraverso la Corsica e che porterà molti antifascisti sardi in Francia e in seguito all’adesione alle Brigate Internazionali in difesa della repubblica di Spagna dove troveranno la morte Giuseppe Zuddas di Monserrato, Giovanni Dettori ” Bandenere” di Orgosolo, Pompeo Falchi di Nuoro, Antonio Sanna da Meana, Cornelio Martis di Guspini, Poalo Comida da Ozieri e tanti altri. Tutte persone che forse meriterebbero più attenzioni in sede memorialistica e storiografica, alla pari dei sopravvissuti che dopo aver fatto tesoro della loro esperienza in terra spagnola combatteranno fra le file partigiane nell’Italia occupata dai nazisti. Uno dei casi più noti è quello Francesco Curreli da Austis che si distinse fra le fila dei G.A.P romani e partecipò all’attentato di via Rasella.

Questa piccola e variegata galassia, dove s’intrecciano vite e vicende accomunate dal risoluto “No!” al Regime fascista, andrebbe studiata con maggiore attenzione, anche perché alla fin fine è qua che ha le sue radici quel fenomeno di popolo che sarebbe passato alla storia come Resistenza. Nella storia della lotta partigiana spesso sono state enfatizzate le figure di persone che per anni vissero nell’ignavia o peggio ancora, spalleggiarono e aderirono al fascismo, per rimanerci, in tanti casi, anche dopo le vergognose leggi raziali del 1938. Forse è arrivato il momento di riservare più spazio e rendere il giusto tributo a quanti e quante – in Sardegna e altrove – antifascisti lo furono da subito e troppo spesso, anche nella ricorrenza del 25 aprile, sono stati relegati all’oblio.











