A meno di un mese dalla messa in onda, ‘Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer‘, la mini serie biografica dal cuore crime – drama che racconta gli omicidi perpetuati dal serial killer Jeffrey Dahmer, diventa un caso mediatico dando vita a polemiche che dividono pubblico e critica.
– Visto il tema trattato si leggeranno argomenti dai contenuti forti –
Realizzata dal genio di Ryan Murphy (‘Nip & Tuck’, ‘American Horror Story’, ‘Ratched’) e Ian Brennan (‘Glee’) e interpretata da un ottimo Evan Peters (‘American Horror Story’ e i vari ‘X-men’ dal 2014 al 2019) la serie, nonostante il successo raggiunto sulla piattaforma di streaming (quasi un totale di 200 milioni di ore di visualizzazioni) è diventata l’oggetto della discordia per i motivi più disparati.
Vent’anni di terrore

Dal 18 giugno del 1978, la data del primo omicidio, al 22 luglio del 1991, il giorno della sua cattura, Jeffrey Dahmer uccise e smembrò barbaramente il corpo di 17 vittime. Lo schema era quasi sempre lo stesso. Fingendosi fotografo, adescava i malcapitati, scegliendo principalmente omosessuali e promettendo loro un set fotografico pagato, li drogava per poi ucciderli. I corpi venivano poi abusati e dissezionati con una sega. Alcune parti venivano sciolte nell’acido, altre conservate nel freezer per poi essere mangiate, altre bollite e una volta ripulite, utilizzate come trofeo. Ma non tutte le vittime avevano una morte senza sofferenze. Da un’intervista poco prima della sua morte, Jeffrey racconta di aver praticato atroci esperimenti ad alcune delle vittime, tra cui la perforazione del cranio e l’inserimento all’interno di acido muriatico o acqua bollente. Il suo scopo, ha dichiarato, non era quello di far soffrire ma quello di sperimentare.
Le polemiche

Il genere crime – drama gode da diverso tempo di un nutrito numero di spettatori; se poi al fascino del giallo si mescolano contenuti di la storia vera, questo numero tende ad aumentare vorticosamente. ‘Dahmer – Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer’ infatti non è la prima a proporre questa ricetta; basti pensare ad ‘American Crime Story‘ (prodotta sempre da Ryan Murphy), racconta per ogni stagione un diverso caso giudiziario o di cronaca nera o ‘Confronting a Serial Killer‘ (di Joe Berlinger) che racconta la storia del serial killer Samuel Little (qui la recensione). Ma allora perchè questa serie ha fatto più parlare di altre?

I primi ad aver sollevato delle critiche sono i parenti delle vittime. Forse è a causa dello stile registico scelto per raccontare la storia: il killer e le sue azioni, trasformate per stare costantemente sotto i riflettori, perdono quasi il senso di gravità per quanto sono spettacolarizzate. Ma questo è lo stile di Ryan Murphy e lo ritroviamo come un marchio di fabbrica in tutte le sue produzioni. Sicuramente la fedele riproduzione di avvenimenti così scioccanti tende a far rivivere emozioni che si credevano dimenticate.
Un altro elemento fonte di polemica è dato dalla rappresentazione del comportamento delle forze dell’ordine che si sono occupate del caso. Nella serie infatti gli agenti risultano disattenti, superficiali e soprattutto schifati dallo stile di vita degli omosessuali. La convinzione è che se il killer avesse ucciso persone eterosessuali, di etnia bianca ci sarebbe stato un diverso coinvolgimento da parte della polizia.

L’ultima polemica, fino ad oggi, arriva dalla comunità LGBTQ+ che dopo aver sollevato diverse proteste sulla scelta di catalogazione della serie da parte di Netflix, ha spinto la direzione a far rimuovere velocemente il tag (indicativo di categoria) LGBT.










