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Peddes, caratzas, caras nieddas e tanto fuoco. Con sas primas essidas del 16 gennaio inizia il carnevale sardo

Di Mauro Piredda
11/01/2025
in Cultura
Tempo di lettura: 3 minuti
‘Sa notte ‘e crarore’ de Sant’Antoni intre càntigos, caratzas e caddaridas

Se le successive hanno un andamento lunare, quella del 16 gennaio è l’unica data fissa del carnevale sardo. Lo scenario è quello di un tempo che ritrova il suo spazio, la sua stagione e la sua gente con una prossemica comunitaria, un cerimoniale propiziatorio e un cielo freddo che accoglie un’identità che non ha (che non avrebbe) bisogno di screditarsi nei litorali e nel sudore della canicola. Di caldo è sufficiente quello delle braci dei tronchi, o delle fiamme delle frasche dei vari ‘fogulones’.

Il 16 di gennaio è il giorno de ‘sas primas essidas’, quando si produce un contrasto di luci e di oscurità che accomuna diversi centri della nostra isola. Ma il 16 di gennaio è anche la vigilia di Sant’Antoni. Quello del fuoco rubato dagli inferi. Sì, perché la chiesa nel tempo ha cristianizzato anche queste procedure, incorporando riti ancestrali nella liturgia, colonizzando il calendario e risemantizzando i codici. Persino presidiando le vecchie architetture.

Immaginiamocelo un bel viaggio tra queste prime essidas partendo dal Marghine, dove a una ventina di chilometri della patria dei Boes e dei Merdules troviamo un precristiano nuraghe che ha preso il nome della chiesa bizantina di Santa Sarbana (in compenso il luogo di culto nel territorio di Silanus è stato costruito con più di qualche pietra presa del complesso preesistente).

Boes e Merdules dicevamo, ma anche sa Filonzana. A Ottana è ‘sa prima essia’: la chiesa, come altrove, incorpora tale corteo nella propria agenda, con il parroco che benedice le fiamme e con i fedeli che a queste girano attorno. Qui è la fune, sa soca, che unisce uomo e bestia, morte e vita, in un caos remoto mai passato.

Orani è la tappa successiva con l’orbace della veste e con il sughero delle maschere de su Bundu. Maschere meno spettrali, decisamente più buffe ma sempre antropomorfe con naso in bella vista, baffi e pizzetto bianchi come le corna e dei grandi forconi. Il rito è quello della semina.

A Orotelli escono invece sos Thurpos. gruppi di tre: su thurpu pastore tiene legati alla sua fune due thurpos boes; su thurpu massaju ne governa altri due che a loro volta conducono l’aratro; su thurpu ferradore che, appunto, ‘ferra’ i buoi. Poi ancora alcuni thurpos seminadores e così via. Con alcuni degli spettatori catturati e costretti a offrire da bere alle maschere (cosa che si ripete invertita il martedì grasso).

Vestiti come gli appena citati thurpos vi sono sos guardianos de s’Urthu a Fonni, dove quest’ultimo veste pelli ovine chiare e ha il volto imbrattato di fuliggine. S’Urthu è il personaggio chiave del rito sacrificale.

Dinamica e sceneggiatura simile è presente a Siniscola dove invece abbiamo s’Orcu ‘e Montiarvu, catturato nelle cavità calcaree de sa Prejone ‘e s’Orcu (appunto nel Montalbo). Anche qui abbiamo sos guardianos con in più sas partorjas con le doglie, sos tintinnatos e su Voe Jacu. Questo gruppo esce solo nel proprio paese il 16 gennaio e a Carnevale, in aperta contestazione alla destagionalizzazione de su carrasecare anticu.

In ogni caso, ricordiamolo, il 16 si celebra un santo. Di Dioniso rimangono solo le prime tre lettere, ma si va avanti, anche in altri centri dell’isola. E se difficilmente possiamo immaginarci un 16 gennaio arcaico, amen; ci godiamo quel che rimane di apotropaico e di antropomorfo tra peddes e mucadores, cartazas e sonatzas, caras nieddas e furesi.

E ora prepariamoci a queste primas essidas.

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