Ho aspettato, tentennato, ci ho pensato su, ci son passato sopra, accanto, ci ho girato intorno ma alla fine non ce l’ho fatta. Per me i Beatles sono stati tutto e non c’è band, ascolto, ritornello, non c’è un suono che non mi faccia pensare a loro, alla loro influenza, diretta, indiretta, laterale, che non mi faccia pensare a cosa avrebbero mai potuto oppure proprio per niente fare, i Fab Four.
Si, anche se fosse l’ascolto di black metal o techno a me viene in mente quello che avrebbero potuto fare i quattro di Liverpool, i dieci anni di carriera più prolifici della storia della musica, Forse giustamente terminati così, cui dar seguito in maniere totalmente diverse e solitarie, eppure il rimpianto rimane per quella che considero la band che ha saputo dire e dare tutto. E, dopo, di loro, come avrebbe sintetizzato il maestro, “Tutto il resto è noia”.
E quindi, non lo proviamo questo esorcismo, questo “edo tensei no justsu”, questa evocazione? Certo, e ci commuoviamo anche, alla faccia di chi tenta ancora dopo quaranta anni a portare avanti lo stesso carrozzone trito e ritrito ispirando band già morte dentro e belle fuori, con canzonacce adatt solo al sistema operativo a finestre edizione 1995, inutili solo come chi le ascolta.
Qui c’è il trionfo della Intelligenza artificiale vs la stupidità umana, c’è l’aver fatto la cosa giusta, c’è la serietà di monumenti come Paul McCartney o Ringo Starr, ci sono negli aloni di John e George, ci sono quattro minuti e otto secondi non perfetti ma belli, tondi e ragionevoli, c’è la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta, mi ripeto, in questo caso, addirittura per, in teoria, l’ultima volta.
E scusate se è poco.
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