Non sapremo mai se in quella primavera del 1977 i quattro ragazzi appena diciottenni che sceglievano il nome per la loro prima band attorno al tavolo di una cucina di Crawley immaginavano che di lì a poco avrebbero conquistato un successo mondiale.
Trascinati dal vortice punk e ispirati alla musica di Iggy Pop, Jam, Clash, David Bowie, Robert Smith, Lol Tolhurst, Michael Dempsey e Peter O’Toole scelsero il salotto di casa Smith per le prove, supportati (e sopportati) dall’intera famiglia di Robert, e dopo un primo contratto con la casa discografica Polydor e tantissimi concerti in tutto il Regno Unito, firmarono nei primi anni Ottanta tre dischi potentissimi destinati a segnare per sempre la storia del rock e la vita di tanti giovani che ancora oggi li amano alla follia, regalando alla prima generazione orfana del punk una nuova identità e una nuova ispirazione. Alle origini dei Cure, quegli anni incredibili in cui il sogno di quattro adolescenti si è trasformato in realtà, è dedicato “Morire non importa. The Cure, le radici del mito“, graphic novel uscita ad aprile per Feltrinelli Comics e firmata da Lorenzo Coltellacci (testi) e Mattia Tassaro (disegni).

Dopo un primo esordio nel maggio del 1979 con il disco “Three imaginary boys” dall’enigmatica copertina con una lampada, un aspirapolvere e un frigorifero, i Cure (nel frattempo divenuti trio con Robert alla voce e chitarra) registrano tra il 1980 e il 1982 tre dischi considerati pietre miliari della musica dark, ormai lontani dal nichilismo del punk e in netta contrapposizione con le atmosfere leggere del pop o ai virtuosismi del rock e della psichedelia. In “Seventeen Seconds”, “Faith” e “Pornography” che i fan conoscono come “la trilogia” perché legati da uno stesso filo di malinconia e cupezza, la band arriva a conquistare un pubblico fedelissimo in tutto il mondo, quella che Lol Tolhurst ha definito nella sua recente biografia “Una fratellanza mondiale nell’essere diversi”. Il libro di Coltellacci e Tassaro racconta per immagini tutto questo: l’ispirazione, l’energia, il sacrificio, la fatica delle ore trascorse tra live e sala prove (appesantita anche all’abuso di alcol e droghe), l’amicizia, la difficoltà a tenere un equilibrio tra la vita privata e la follia di essere divenuti in pochi anni una band di successo planetario.
Ad accompagnare la storia discografica dei Cure c’è, costante, la malinconia di Robert Smith, che pur guidando la band con grande forza e determinazione è tormentato da visioni oscure e deprimenti: sin dalle prime pagine del volume una voce lo chiama tra alberi spogli e spettrali, e una misteriosa figura femminile ritorna tra i suoi incubi ricorrenti ispirando la sua poetica. Sono “tre anni gloriosi e tormentati – scrivono gli autori – in cui i Cure lasciano un segno indelebile nella storia del rock, nella cultura, nell’immaginario collettivo”. Un segno che avrà infinite eco e molteplici evoluzioni portando la band anche al top delle classifiche di musica con singoli orecchiabili e leggeri o brani più duri, ma sempre ben definiti e riconoscibili e senza mai dimenticare le origini punk e la malinconia degli esordi.
“Morire non importa” arriva in libreria un anno dopo la graphic novel “E’ mia la colpa. La vita dei Joy Division” firmata dagli stessi autori e dedicata alla brevissima e struggente vita della band di Manchester guidata da Ian Curtis. “Scrivere un libro sui Cure era ‘d’obbligo’ dopo quello dedicato ai Joy Division – sottolinea Coltellacci. – Un sequel dovuto, sia a livello storico che spirituale. Era un modo per continuare a mostrare quel sound che i JD hanno creato e poi i Cure ampliato e continuato a diffondere”. Un sound ancora oggi attualissimo e vivo, come dimostra il grande successo dell’ultimo album dei Cure “Songs of a lost world” uscito il 1 novembre 2024 e accompagnato da un concerto a Londra trasmesso in streaming in tutto il mondo. Una storia che continua a regalare emozioni e un incredibile senso di appartenenza tra persone di tutto il mondo.










