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“Gli occhi della scimmia”. Il crepuscolo della democrazia e la rassegnazione dell’essere umano nel romanzo di Krisztina Tóth

Di Gianni Usai
20/09/2025
in Libri
Tempo di lettura: 3 minuti
Krisztina Tóth

Krisztina Tóth

Un tempo indeterminato che somiglia molto al nostro tempo, e una società senza nome e collocazione geografica nella quale le storture che già incupiscono il presente sono portate alle estreme conseguenze. Ce n’è abbastanza per allogare “Gli occhi della scimmia”, romanzo della scrittrice e poetessa ungherese Krisztina Tóth, nell’ambito della narrativa ucronica, o distopica, nel caso vi si volesse leggere un futuro comunque alle porte.

Il libro, uscito in Ungheria nel 2022, è stato tradotto da Mariarosaria Sciglitano e pubblicato in Italia da Voland, nella collana Amazzoni, a giugno di quest’anno. E per quanto si sia propensi a riconoscere in un’opera di questo spessore letterario l’ambizione all’universalità – ancor più legittima alla luce del particolare periodo storico che si sta attraversando, nel quale anche democrazie che si consideravano consolidate sembrano sperimentare una contrazione dei diritti e delle libertà fondamentali –, è inevitabile accostare il romanzo alla situazione politica, sociale ed economica in cui versa lo stato magiaro dopo tre lustri di ininterrotto governo Orbán.

Attenendoci alla finzione letteraria, sono trascorsi anni dalla guerra civile che ha portato all’insediamento del “GUN” – acronimo di “Governatorato Unitario Nazionale” – e il paese di cui narra Krisztina Tóth è sottoposto all’opprimente controllo di un pervasivo apparato statale che non risparmia nessun ambito della vita dei cittadini. L’istruzione è un mezzo di indottrinamento, il lavoro e la sanità – scarsamente attrezzata e dai metodi antiquati – sono appannaggio di pochi privilegiati e gestiti con logiche settarie e ricattatorie, la giustizia è un’arma di vessazione e coercizione. Chi rientra nei quadri governativi vive al sicuro in quartieri protetti, fuori dai quali le città scivolano rapidamente verso lo squallore e la miseria delle “zone di segregazione” dove vige il baratto e imperversano caos e criminalità.

Da questo scenario tetro e tuttavia in qualche modo familiare, e non solo per i suoi spiccati tratti orwelliani, emergono poco alla volta i personaggi che animano le oltre trecento pagine del libro. Su tutti il dottor Kreutzer, psichiatra dalla discutibile deontologia e al soldo del governo; e la sua paziente Giselle, quarantacinquenne docente universitaria, turbata dall’incontro con un giovane che sostiene di essere suo figlio. Le esistenze dei due si intrecceranno ben oltre i loro desideri, e con esse quelle di un’umanità intorpidita e rassegnata, incapace di slanci vitali anche quando risponde alle pulsioni più intime e feroci. E intanto qualcosa di terribile pare incombere sui loro destini.

Tra ironia e grottesco, proprio su questa umanità si concentra il racconto – che ha per lunghi tratti il passo e il piglio dei grandi romanzi di tradizione europea novecentesca – descrivendone la quotidianità con sistematica minuzia, indugiando nei particolari e scavando nelle vite fino a rivelarne i dettagli più insignificanti. Perché è nei minimi gesti, nelle impercettibili esitazioni, nelle idiosincrasie e nelle ossessioni all’apparenza innocue dei singoli che il tessuto sociale inizia a sgretolarsi, ed è ancora lì che si rivela l’abisso da cui nessuno sembra potersi risollevare.

Ed ecco emergere l’immagine della scimmia cui fa riferimento il titolo, fotografata il giorno dopo il primo trapianto di testa eseguito nel 1970 dal dottor Robert White. La foto, incorniciata, accompagna Kreutzer dai tempi del liceo, perché “in quel corpo contuso, ricucito in due pezzi, tormentato, tutto a un tratto era arrivata, o più precisamente era tornata, l’anima meravigliata, rapita, stupita dall’impotenza del mondo […] ed era questo il motivo per cui fin da allora teneva così tanto a quell’immagine che immortalava il momento del risveglio”. Ma nella realtà descritta da Krisztina Tóth si è svegli quanto serve per avere coscienza della propria condizione, e mai abbastanza per esserne padroni, o almeno provarci.

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