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L’indolenza messicana

Di Agostina Urpi
27/11/2020
in Cultura, il luogo comune, Rubriche
Tempo di lettura: 3 minuti

Ricorderete senz’altro quella famosa pubblicità che ci proponeva l’immagine di due letargici messicani (il sombrero e il cactus a contorno della scena lasciavano spazio a pochi dubbi) che oziavano nella più classica delle sieste propinandoci quello che poi sarebbe stato un tormentone (“Mira el dito”, vi ricorda qualcosa?).

Miti e leggende messicane fanno parte del fascino della cultura dell’America latina, che la rende così diversa rispetto al resto del continente di appartenenza, soprattutto con riferimento ai più settentrionali statunitensi. Come in tutte le leggende, naturalmente, si ha quella parte che ben si discosta dalla realtà e che, a volte, è bene smentire.

Una grande non verità è proprio la pigrizia dei messicani.

“Nella loro vita le persone trascorrono in media 13 anni e 2 mesi al lavoro”.

(Fonte Huffington Post 2017).

Il numero di ore lavorate nell’arco della settimana, e dunque in un anno, è perciò una variabile che influisce non poco nella vita (nella qualità della vita) di ognuno di noi. Perciò è bene considerare come in alcuni Paesi ci siano orari di lavoro molto più lunghi rispetto ad altri.

Da un confronto tra il contratto di lavoro di un neoassunto italiano (per prossimità e facilità di confronto, ma europeo in genere) e quello di un neoassunto messicano, le differenze sono abissali. Per citare le due più evidenti:

i giorni di ferie previsti: 22 per l’Italia e due per il Messico – sì, soltanto due –

il numero di ore lavorative settimanali: 40 in Italia (modificabile solo in senso riduttivo e in linea con la media europea compresa tra le 40 e le 44), e 48 ore medie settimanali messicane, superiori anche alla media di Paesi noti per la loro laboriosità, come la Corea.

Metteteci poi che quello messicano è un mercato più flessibile del nostro, e quindi essere neoassunti è una cosa molto più frequente di quanto si pensi; questo rende le ferie un miraggio per parecchi anni.

Il numero di giorni di ferie, stabilito dalla legge nazionale di ogni Paese, in Italia non si discosta molto dagli altri Paesi europei, partendo sempre da un minimo di 22 ai quali aggiungere le giornate di festività nazionale; l’indolente Messico si attesta su una media di sei giorni annui (ovviamente raggiunta una certa anzianità lavorativa). Non è poi vietato, o infrequente, il fatto che per fare buona impressione sul datore di lavoro, il lavoratore rinunci volontariamente ai giorni di riposo. Prendendo i dati dall’indagine condotta dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nel 2019, il confronto tra Paesi ha reso abbastanza facile dissacrare il mito dell’indolenza messicana: sempre fanalino di coda per numero di giorni di ferie retribuiti (o usufruiti anche quando previsti).

L’età pensionabile, poi, è un altro aspetto da considerare. In Italia l’età minima stabilita per legge (tralasciando la recente e forse quasi ex Quota 100) è compresa tra i 65 e i 66 anni, anche se spesso, per effetto di “scivoli” e manovre specifiche, cala a 62 anni; in Messico accade l’esatto contrario perché, a fronte di un’età pensionabile legale pari a 60 anni, l’età effettiva di pensionamento raggiunge spesso, diciamo di norma, i 70 anni.

Se avete mai avuto il privilegio di visitare questo Paese, una cosa che salta all’occhio, al di là delle meraviglie archeologiche, culturali, naturalistiche e paesaggistiche, è proprio la costante volontà delle persone di impiegare in attività lavorativa la propria giornata. Certo, probabilmente se non ci fosse la necessità economica sarebbe diverso, ma vedere degli anziani che imbustano la spesa dei clienti nei supermercati per pochi spiccioli di mancia legati al buon cuore degli avventori di turno fa sempre un certo effetto, anche in considerazione della professionalità e solerzia con cui il lavoro è svolto.

Altra differenza che ha del paradossale: un giovane assunto in banca in Italia cambia decisamente prospettiva, migliorando il proprio tenore di vita fin da subito; un giovane messicano assunto in banca dovrà scalare dal primo stipendio le indagini che l’Istituto di Credito commissionerà ad un investigatore privato per verificare la buona condotta del proprio impiegato.

Valutate voi se questa non è voglia di lavorare.

Al di là delle considerazioni che si possono fare sulle scelte di politica economica dei singoli Paesi che portano a queste dinamiche, fa riflettere quanto uno stereotipo possa, in effetti, creare un immaginario tanto distante dalla realtà.

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