Auguste Comte sosteneva che vivere per gli altri non è soltanto legge del dovere ma anche quella della felicità. Maurice Loutreuil che aveva appreso questo assunto in gioventù, lo trasforma in principio assoluto nel 1914, quando una semiautomatica Browning fin modèle a massa battente dà fuoco alle polveri della guerra. Pur amando il suo paese non crede che un confitto armato sia la soluzione adatta a dirimere le controversie fra stati diversi. Convinto che il suo dovere non sia quello d’imbracciare un fucile ma usare pennelli e colori per onorare religiosamente l’arte e il culto della bellezza il 19 dicembre lascia Parigi per raggiungere l’Italia e la Sardegna. Nell’isola dei silenzi e delle solitudini si tratterrà per un anno. Qui troverà l’ispirazione per un percorso umano e artistico che lo consacrerà nel gotha dell’arte francese.
Maurice Loutreuil nasce nel 1885 a Montmirail, un piccolo borgo del dipartimento della Sarthe, nella Loira nordorientale. Segue le orme paterne lavorando come assistente notarile a Le Mans dove comincia a dedicarsi alla pittura per la quale dimostra avere una particolare inclinazione. Appassionato lettore di Tolstoj, Nietzsche e Moliere, sviluppa in questo periodo il suo carattere misantropo e ribelle e la sua indole refrattaria e libertaria. Nel 1909 nel nome dell’arte della tavolozza, si stabilisce a Parigi. La capitale francese all’epoca è il centro dell’arte internazionale per antonomasia e le insegne della sua vivace ecole stanno attirando artisti da tutto il mondo. I nomi sono quelli di Chagall, Modigliani, Picasso, Soutine, Rivera e altri ancora, che passano le giornate fra i bistrot, i cabaret e gli atelier di Montmartre e Montparnasse.

L’ambiente è quello giusto per perfezionarsi, imparare nuove tecniche e fare conoscenza con altri artisti. Si lega con profonda amicizia a Marcel Chotin e Andrè Masson. Con quest’ultimo, dopo aver ottenuto una borsa di studio da 300 franchi, si reca per un mese in Toscana e Umbria. Qui ha modo di studiare gli affreschi e scoprire i capolavori dell’arte italiana di Masaccio, Signorelli, Donatello e Botticelli.
Alla dichiarazione delle ostilità, Maurice, seppur congedato dalla leva per problemi tubercolari viene dichiarato adatto al combattimento dal Consiglio di Revisione di Parigi. Il sogno di “un movimento universale per un’azione umanitaria degli artisti nei confronti della guerra” svanisce presto. Per principio e premonendone le funeste conseguenze decide di disertare. Un treno lo porta sino a Marsiglia da dove poi raggiunge l’Italia. Per due mesi sta a Roma fino a quando a fine febbraio decide di spostarsi nuovamente, sbarcando in Sardegna il primo marzo del 1915.
Al suo arrivo a Cagliari, l’animo di Loutreuil è agitato da dubbi e confusione. Soffre per la solitudine morale e fisica imposta dalla situazione di straniero in terra straniera, fattore che impedisce al pittore di lavorare come vorrebbe. Dopo qualche settimana di soggiorno cittadino all’albergo Cantù di via Angioi matura così l’idea di raggiungere le zone centrali e montuose dell’isola e si sposta a Milis. Nel paese delle arance alloggia in una stanza presa a pigione presso la signora Cristina Zoccheddu, dove legge, riflette e scrive, non riuscendo tuttavia a concentrarsi sulla pittura. Intanto il 24 maggio anche l’Italia entra nel conflitto, fatto non secondario che complicherà il suo soggiorno isolano.
Scappato dalla città per isolarsi completamente, si ritrova in un luogo dove ogni abitante si impiccia di quello che fa. Inoltre, non potendo capire il suo stile molti lo prendono in giro, una madre arriva a rimproverarlo per aver ritratto male il suo bambino sostenendo che le mani e i piedi non erano precisi. L’iniziale entusiasmo si tramuta ben presto in sconforto. Viene assalito da noia, monotonia e tristezza quotidiana, alla quale si aggiunge il dolore per l’umanità, la guerra e l’inattività della mente, considerata da lui il vero crimine per l’umanità. Inoltre deve affrontare alcuni grattacapo con le autorità di pubblica sicurezza locali, quando per la sua condizione di straniero e disertore deve rilasciare una dichiarazione di residenza. Ne viene fuori un capitombolo diplomatico che gli costa ben tre arresti a Cagliari, Oristano e infine Sorgono, che raggiunge in treno a giugno per poi fermarsi nella vicina Atzara.

Nel Mandrolisai trova un ambiente più congeniale alle sue esigenze. Pochi anni prima il paese era stato meta di pittori spagnoli di scuola costumbrista come Eduardo Chicharro e Antonio Ortiz Echague e la gente, abituata a vedere gli artisti all’opera, non lo importuna durante il lavoro. Ciò che lo circonda lo lascia estasiato. I colori, il carattere degli abitanti, l’ambiente circostante e quelle donne che vestono quotidianamente come se andassero a teatro, destano in lui grande stupore. Quello spettacolo da un lato lo distrae, ma dall’altro è fonte di grande ispirazione; tutto quello che si può dipingere è a portata di mano.
Maurice vive il soggiorno atzarese come un sogno. Incontra i pastori e i contadini con i quali condivide il vino e il pasto serale, ascoltando affascinato i canti in rima che improvvisano per raccontargli in versi quanto hanno fatto durante la giornata. Freestyle si direbbe oggi. Questa spontaneità evoca quella che Tolstoj chiamava arte popolare e che Loutreuil vorrebbe applicare alla pittura, considerata troppo aristocratica, impostata e dipendente dal denaro.
A luglio si reca a Desulo; altro stupore, altre meraviglie. Fa vita solitaria nel bel mezzo di una foresta, con magnifici punti panoramici, sorgenti ed enormi rocce dove volteggiano grandi falchi, avvoltoi e saltano i mufloni. Dorme all’aperto con i pastori che rifiutando il suo denaro lo rifocillano con latte, formaggio o un bel pezzo di carne di capra da arrostire. Se il vederli fumare il sigaro al contrario o mangiare il formaggio coi vermi lo diverte, il ricevere un pacco di dieci chili di proviste, accettando in cambio soltanto un sigaro, lo commuove. Ma è poca cosa, rispetto al sussulto che prova quando ha modo di assistere al loro ballo. Una musica furiosa, ma intima allo stesso tempo, suonata da uno strumento musicale molto antico, un flauto di legno, su pipiolu, che accompagna la danza a piedi scalzi delle ragazze avvolte nel loro abito scarlatto.

Scriverà di quelle giornate: “Oggi è domenica e le persone dalla campagna andarono a Desulo, sono praticamente solo nella foresta, in questo momento c’è la luna piena e c’è una spettacolo stupendo che posso osservare da questa altezza dove sta una capanna dove raccolgo le mie provviste e i miei quadri. Vado abbastanza d’accordo con la gente, anche se ancora non riesco a parlare la loro lingua. Mi sento vivere nell’epoca della gioventù di mia nonna. Ma la guerra si sente pure qua, la gente è triste, meno espansiva”.
Spesso sconsigliato di recarsi in altri luoghi – “non andare in quel paese, c’è gente malvagia!” – Maurice prosegue oltre. Fonni; Mamoiada, Nuoro, Cabras sono le tappe del suo peregrinare e ancora, dopo un’altra parentesi cagliaritana, Ploaghe, Sennori, Osilo, Ittiri e Alghero. Affascinato dalle ragazze e dai loro abiti, che per l’equivalente di un franco posano per lui come modelle per due ore al giorno, si dedica agli studi in carboncino, guazzo e pastello.
Loutreuil in Sardegna aveva trovato il suo equilibrio. Ogni cosa ispirava questo artista che nel quotidiano aveva la sua musa ispiratrice, attento a tutto ciò che provocava i suoi riflessi di pittore nato. Certo, se avesse voluto trascorrere l’intera guerra tra i pastori sardi, sarebbe vissuto senza preoccupazioni fino alla fine delle ostilità. Ma quest’uomo ribelle, per principio, non si vergognava affatto della sua condotta. Andò dal console francese a Cagliari, scrisse al comandante dell’Ufficio Reclutamento da cui dipendeva per spiegargli che disapprovava l’uso delle armi e che voleva vivere liberamente.
Galeotta si rivelò la scelta di lasciare l’isola nell’inverno del 1916 per recarsi a Napoli. Qui conobbe una giovane donna che avrebbe aumentato la sua inquietudine e verso la quale ebbe la debolezza di rivelare la sua condizione di disertore. Lo tradì e senza indugio corse a raccontare tutto alle autorità italiane. Arrestato e imprigionato, Loutreuil fu espulso dall’Italia, rimandato in Francia e rinchiuso a Marsiglia, a Fort Saint-Jean, come misura preventiva dal Consiglio di Guerra. Da sempre convinto del diritto dell’artista di vivere solo per la sua arte, Maurice non aveva capito di essersi messo in una posizione molto pericolosa. Quando gli fu rivelato a Marsiglia che la sua diserzione poteva essere punita con la morte, rimase sbalordito. Ma si dichiarò pronto a morire piuttosto che rinunciare ai suoi principi di libertà, fratellanza e pace.

Lo salva una perizia psichiatrica che lo dichiara affetto da “follia ragionante di tipo sociale”. Il 22 dicembre 1916, viene riformato e rilasciato. Dopo un anno trascorso in Tunisia tornerà in Francia dove dipingerà centinaia di tele. Morirà in solitudine, stroncato da una cirrosi epatica di origine virale contratta in Senegal, nel1925 all’Ospedale Broussais di Parigi.
Ha lasciato un’opera rara fatta di luci e colori impregnati dalla sua visone generosa e spontanea attraverso una pittura intensa e profonda dove emerge l’aspetto umano e privo di pregiudizi. I suoi quadri sono pura emozione espressionista di un uomo, che scegliendo di vivere in un’austerità quasi monastica, si trasformò in un artista talentuoso e geniale.
Come capitò a diversi suoi colleghi passò scandalosamente inosservato in vita, per essere celebrato appena un anno dopo la sua morte con una retrospettiva alla galleria Champigny. Della sua produzione dell’anno passato in Sardegna sono rimaste purtroppo pochissime opere. Tuttavia ora siamo a conoscenza della sua vicenda artistica e intellettuale, che nell’isola ha trovato nuova linfa e nuovo impulso e che ancora oggi ha molto da insegnare in termini di ideali e di umanità.


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