Questa settimana Alfabeto Interno si apre alla tecnologia. Spesso confondiamo il termine wireless (senza fili) che è entrato pienamente in uso nella nostra lingua, con Wi-Fi. Sono parole facili da pronunciare, la seconda lo è anche più della prima, “uai-fai” ha un suono carino e scivola via senza intoppi.
Si tratta però di due espressioni non esattamente intercambiabili.
Wireless significa “senza filo” e indica un dispositivo che può funzionare senza un collegamento via cavo con un altro che fa per il primo da sorgente di qualcosa. Ad esempio: il telefonino che si connette al router di casa per sfruttarne la connessione internet.
Il cellulare è un dispositivo senza cavo e forse un domani potremmo anche ricaricarlo senza doverlo fisicamente collegare al trasformatore e alla corrente elettrica. Ci sono numerosi dispositivi wireless, le stampanti ad esempio, e altri ancora. Wi-Fi indica un sistema di connessioni senza fili, e consente l’interoperabilità tra più dispositivi. Un dispositivo che sia wireless non è detto che sia anche Wi-Fi, ovvero che possa contemporaneamente essere connesso senza cavo a più sorgenti prestanti servizi vari.
Wi-Fi pareva essere la sigla per Wireless Fidelity, ma sembra sia solo il nome della casa che ha creato e sistematizzato questo protocollo. Sta di fatto che Wi-Fi è la parola con la quale ci riferiamo alla possibilità di captare un segnale e usarlo, usufruire di un servizio che ci fa essere non solo connessi, ma interconnessi, giacché Wi-Fi è un sistema di interconnessioni attraverso punti di accesso (hotspot).
Bene, mi fermo qui con la mia parte nerd, e i nerd non si offendano perché senza di voi tutto il resto del mondo davanti a un intoppo tecnologico galleggerebbe nell’oscuro mare del “hai provato a staccare e riattaccare la spina?”, quindi vi amiamo.
Detto ciò, che diavolo ha a che fare l’interoperabilità con Alfabeto Interno?
Tutto, o quasi.
Interoperabilità, interconnettività, interdipendenza, interlacciamento, sono tutti termini che si attagliano a chi è collegato alla vita la quale è, per lo più, fatta di cose invisibili.
Prendo a prestito l’immagine dell’iceberg, che viene usata per molteplici esempi, tra cui abbinare la parte emersa al conscio e quella sommersa all’inconscio, per dire che la vita tutta è come l’iceberg. Ciò che vedete è il nostro corpo, ciò che non vedete sono altri corpi sottili, quello emotivo e quello mentale, fatti di sostanza via via più rarefatta, impalpabile e leggera.
Non credete solo a ciò che vedete, ma immaginate e siate aperti anche a ciò che non vedete, o udite, ma che in qualche modo riuscite a captare.
Un giorno la scienza dimostrerà che i nostri corpi sottili esistono e troverà un sistema per mostrarceli, è solo questione di tempo, interesse e relativa tecnologia.
Nel mentre vi potrà capitare di sentire delle strane “castronerie” da chi, come me, sostiene che non siamo solo contenuti dentro qualche chilogrammo di carne e ossa, ma anche e fortunatamente espansi in sottigliezze e volatilità.
Possiamo per adesso solo speculare, come faceva San Tommaso D’Aquino che si chiedeva se l’uomo potesse essere maestro di se stesso o se solo Dio potesse ammaestrare e se un angelo potesse istruire l’uomo. Dopo secoli le sue raffinate speculazioni restano galleggianti, ma pur sempre valide.
Cosa hanno a che vedere i nostri corpi sottili con il Wi-Fi?
Tanto. Accettando l’ipotesi di essere fatti anche di altri corpi, interlacciati con quello fisico e con esso compenetrati, sapete quante volte le nostre invisibilità si mischiano a quelle degli altri? E sapete quanti segnali degli altri corpi intercettano i nostri e viceversa?
Come spiegarci il fatto che la frequentazione di persone allegre ci trasmette belle sensazioni mentre una persona con un basso tono dell’umore riesce a infestare l’ambiente con la sua negatività e noi lo percepiamo chiaramente?
Se non avessimo i corpi sottili, dell’emozione e del pensiero, tutto rimarrebbe a ciascuno.
Come dire che se tu stai male per aver mangiato troppo e cibi pesanti ne risento anche io che invece ho bevuto una tisana. Impossibile.
Certo, il mio corpo fisico è sigillato nei suoi confini materiali, mentre quelli sottili, se non siamo in grado di percepirli e delimitarli, si compenetrano con quelli degli altri, risultando influenzati in bene o in male. Se questo non avvenisse, il tuo malumore rimarrebbe solo tuo, e al massimo me ne potrei dispiacere, e la tua allegria solo tua, e in genere è così perché siamo per lo più esseri invidiosi, quasi incapaci di gioire in maniera cristallina per la felicità altrui, ma questa è un’altra faccenda.
Allora cosa dovremmo fare? Siamo immersi in un mondo Wi-Fi, quando ancora questo termine non esisteva, e possiamo prendere atto della possibilità di inter-operare con i nostri simili, o da essi proteggerci, sintonizzando bene emozioni e pensieri, perché le antenne invisibili possono essere orientate e con i debiti filtri, la giusta frequenza, avere cura di ciò che non si vede ma esiste, di quanto siamo belli e non lo sappiamo.
Ma sopra ogni cosa, ricordare che oltre le limitazioni materiali, siamo tutti connessi e interconnessi e che il mio bene è anche il tuo, il mio male è anche il tuo.
L’esortazione è semplice ed è la banalità dell’amore: amarsi, conoscersi, accettarsi. Più persone riescono in questo e più segnali di distensione saranno presenti nel protocollo Wi-Fi della vita.
(foto di Michael Dziedzic)










Grande! Pillole amarognole fatte ingoiare con lo zucchero. SUPERCALIFRAGILISTICESPIRALIDOSO!