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Massimo Zamboni a Cagliari per la rassegna Musica e Storia in un reading che racconta le suggestioni del viaggio in Mongolia

Di Francesca Mulas
17/04/2022
in Musica e spettacolo
Tempo di lettura: 3 minuti
Massimo Zamboni a Cagliari per la rassegna Musica e Storia in un reading che racconta le suggestioni del viaggio in Mongolia

C’è un’antica leggenda secondo cui ogni figlio della Mongolia nasce con una chiazza bluastra sulla schiena, chiamata la macchia mongolica. Inizia con questo suggestivo racconto che parla di identità e appartenenze “La macchia mongolica“, il reading che Massimo Zamboni, cantante, chitarrista e scrittore emiliano, ha regalato al pubblico di Palazzo Siotto a Cagliari sabato 16 aprile nella terza giornata del festival Musica e Storia organizzato dalla Fondazione Siotto.

La storia della macchia mongolica è, come tante altre leggende, un mito identitario che gli uomini e le donne hanno costruito per sentirsi parte di una cultura, un popolo. Spesso quella macchia attraversa le montagne, i deserti e il mare per arrivare fino a noi, e questo è successo alla piccola di casa Zamboni, Caterina, figlia di Massimo e della sua compagna Daniela. E’ così che a 18 anni la ragazza ha espresso il desiderio di conoscere la Mongolia e vedere i luoghi tanto cari ai genitori, e da qui è nato il viaggio che oggi Zamboni racconta attraverso immagini, musica e parole nel reading concerto andato in scena a Cagliari. Un viaggio compiuto nel 2016, a vent’anni di distanza da un altro viaggio che Massimo, fondatore, musicista e compositore di CCCP e CSI, ha fatto insieme a Giovanni Lindo Ferretti.

Il viaggio e lo stupore

Si arriva nel paese con i vagoni di seconda classe della Transiberiana, un’esperienza che oggi regala impressioni più moderne rispetto alle narrazioni tradizionali. Dopo migliaia di chilometri, “riconosciamo la Mongolia dai pascoli e dagli animali”, ed è come tornare a casa per Zamboni, che sente subito le due vite, “quella reale di casa e quella irreale di qui”, contaminarsi a vicenda. Il paese mongolo è uno stupore continuo, fatto di paesaggi gialli e verdi di steppa e monti, dove la storia non ha lasciato tracce se non negli edifici di pietra ormai sbriciolati e trasformati in sabbia, e dove lo strato fertile è sottilissimo tanto che qui non cresce nulla, né alberi né arbusti. Eppure il fascino di questa terra è infinito, ci sono i silenzi e le montagne, e quella sensazione di “letargia della meraviglia” interrotta dalle famiglie in transumanza, da un viandante a cavallo, dalle tende bianche. E a proposito di tende, “entrare in una tenda mongola è un atto religioso, una scoperta prolungata che non cessa di stupire”, ed è proprio in un momento come questo che la giovane Caterina scoppia in un pianto dirotto, “il pianto dell’identificazione”. Ci sono poi i monasteri sperduti animati dallo svolazzare dei corvi, la grande catena montuosa dei Monti Altaj, il deserto del Gobi e i ghiacciai. “Quando ci siamo accampati sulle rive del ghiacciaio per la notte ho pensato che avrei voluto restare qui, dove la vita si inventa giorno dopo giorno e non esistono regolamenti, se non quelli della natura. In quel momento ho pensato ai miei antenati sull’Appennino reggiano, depositari di un unico codice consuetudinario a cui obbedire”.

Massimo Zamboni con Eric Montanari

Il concerto a sorpresa

Il reading prosegue poi in musica: Massimo Zamboni regala al pubblico cagliaritano una sorpresa, un piccolo live insieme al chitarrista Eric Montanari che attraversa i decenni dai CCCP ai CSI per arrivare, infine, a “La mia patria attuale”, l’ultimo disco uscito lo scorso gennaio (qui la recensione di Mario Gottardi per Nemesis Magazine). Zamboni si conferma ancora una volta un artista sensibile e generoso. E, superati i sessant’anni, dopo aver viaggiato in tutto il mondo e “aver promesso a me stesso che dopo i 18 anni ogni giorno avrei fatto una cosa fenomenale”, oggi ha per sé una nuova promessa: “Compiere ogni giorno un’innocenza”.

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