C’è un posto sulla Terra dove il primo essere umano che puoi incontrare è a circa mille chilometri di distanza, quindi più del doppio della distanza dei cosmonauti sulla stazione spaziale dal suolo, che perciò sono meno “isolati”.

C’è un posto sulla Terra dove non ci sono forme di vita, niente, né animali, né vegetali, quindi non c’è cibo. Un posto dove non ci sono i batteri e i virus (sì, nemmeno quel virus).
C’è un posto sulla Terra dove tra l’alba e il tramonto, a volte, può passare un minuto e forse meno e dove la notte dura più di quattro mesi ma dove si può ammirare il cielo stellato più bello che una persona possa vedere.
C’è un posto sulla Terra dove non piove mai, ma soffiano venti che congelano il mare in pochi minuti.
C’è un posto sulla Terra, dove quando fa caldo, ma proprio caldo caldo, la massima è -11 ma dove la vista di un’aurora cangiante riesce comunque a scaldare l’anima.
C’è un posto sulla Terra, che per quanto è meravigliosamente inospitale, svolgono gli studi perché è il luogo più vicino a un ambiente extra terrestre che esista. Infatti sembra Marte, un Marte Bianco, però, perché è tutto bianco di neve. Ed è proprio così che Marco Buttu, ingegnere elettronico in forza all’Istituto Nazionale di Astrofisica che in questo posto, l’Antartide, ci è stato per ben due volte, ha intitolato il suo libro (edizioni LSWR, 196 pagine) che descrive una delle esperienze più incredibili che un essere umano possa vivere, presentato pochi giorni fa allo Spazio Ilisso di Nuoro.
Buttu e la Base Concordia in Antartide
Buttu, che nella vita “normale” lavora all’Osservatorio astronomico di Cagliari, racconta sempre volentieri e con molto entusiasmo delle sue esperienze al Polo Sud alla Concordia. È così che si chiama la stazione italofrancese realizzata e gestita dal Pnra, il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide e dalla francese Ipev, nella zona più inospitale del pianeta. Nello specifico, il sito in cui sorge si chiama Dome C e si trova sull’altopiano antartico, a 3.233 metri di altitudine. Un luogo dove l’aria è secchissima e l’ossigeno scarso, dove il contatto umano più vicino sono la stazione Mario Zucchelli e la stazione Dumont, a oltre 1000 chilometri di distanza.
Un luogo dove il ritmo del tempo lo segna il cuoco, una delle figure più importanti non solo perché cucina, ma anche perché con colazione-pranzo-cena scandisce i momenti della giornata, quelli in cui ci si ritrova, come un tempo nei villaggi avveniva con il rintocco delle campane a mezzogiorno. Laggiù, dove il ritmo cicardiano è alterato, dove per stagioni intere la notte è perenne, sapere quando è “giorno” diventa fondamentale.
Se il cuoco dà il segnale quotidiano, quello delle stagioni lo dà l’arrivo dell’aereo. Per lo meno della stagione estiva, dove dal cargo sbarcano i nuovi ricercatori e, soprattutto, le scorte di cibo fresco. “In quei giorni – racconta Buttu – si sta con l’orecchio teso a cercare un rumore, perché significa che l’aereo sta arrivando”. Perché mica è detto che arrivi all’ora e giorno programmato. “Dipende dal meteo: il maltempo può rimandare l’arrivo anche di qualche giorno. Nemmeno se parte si ha sicurezza che arrivi: bisogna aspettare che superi metà della rotta per avere la certezza che atterri da noi”. E da quel carico si aspetta verdura e frutta fresca, e tutto ciò, il poco, che serve.
Vita normale e speciale (in Antartide)
Una vita difficile, estrema, non per tutti. Buttu si schermisce quando qualcuno gli dice che lui è eccezionale, quasi un super uomo. Ma in fondo un po’ speciali lo si deve essere per scegliere di andare a vivere un’esperienza laggiù per due volte, e ogni volta per più di un anno. E speciali lo si deve essere anche fisicamente, oltre che psicologicamente, tant’è che si superano prove, selezioni e addestramenti. Ma Buttu su questo sorvola volentieri per rispondere a tutte le domande che copiose gli arrivano dal pubblico.



L’incontro allo Spazio Ilisso
Anche l’incontro è fuori dalle regole. Sono pochi, infatti, i relatori che vogliono essere interrotti dal pubblico con le domande. E Buttu non ne lascia nemmeno una inevasa. Tante, tantissime curiosità: da cosa si mangia (di tutto, però non si butta via niente “ho mangiato uova scadute da otto mesi”) a quanto tempo si resiste fuori (“pochi minuti con abiti normali”), da quanto dura la notte (dipende dalla stagione: da mai a tre mesi interi ininterrotti) a quanti gradi sottozero regge la fotocamera (“-80, molto oltre quanto dichiarato dalle aziende”), dagli esperimenti scientifici, ai rapporti (e litigi) con le altre persone (facili, perché “si diventa come bambini: tutto ciò che è importante lì non esiste, mentre assume importanza, ad esempio, un oggetto fuoriposto”), alla lingua parlata.
E qui c’è un aspetto tra i più interessanti: in un luogo dove si condivide tutto, dove convivono persone che parlano lingue diverse, è nata una nuova lingua: il concordiano, misto tra francese e italiano e qualche neologismo un idioma, un codice, comprensibile solo a chi ha vissuto nella Concordia.
Sono state davvero tantissime le domande fatte dal pubblico e dalla presentatrice della serata, la giornalista Carlotta Lucato. Dopo oltre due ore di domande, di richiesta di mostrare foto, racconti, aneddoti, anche se il sole sulle splendido giardino nuorese (qui una panoramica sullo Spazio Ilisso) era calato da un po’e il freddo ottobrino iniziava a farsi sentire, nessuno era intenzionato ad andare via.
L’ingegnere gavoese continuava a rispondere a tutti con il sorriso sulle labbra, anche a noi di Nemesis Magazine che gli abbiamo rivolto la domanda più essenziale: ma dopo tutto questo isolamento, tornerebbe in Antartide? Qui la risposta 👇










