Ci sono tragedie che spesso ci sembrano lontane nello spazio e nel tempo. Quando ne sentiamo parlare le ascoltiamo ma con la debita distanza che si usa per quello che non ci riguarda o semplicemente consideriamo un episodio minore della storia. Talvolta però, basta ascoltarle con un poco di attenzione in più e sentire che quei cognomi ci risultano familiari, sono italiani. Poi scavando più a fondo ne sentiamo altri che sono ancora più familiari. Marras, Màstinu, Chisu, Zidda, Pèrdighe sono i cognomi dei desaparecidos di origine sarda protagonisti, loro malgrado, del dramma che ha insanguinato l’Argentina fra la seconda metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta e raccontata per la prima volta da Carlo Figari nel libro “El Tano”. Sono storie comuni a migliaia di ragazzi e ragazze che avevano soltanto la “colpa” di credere e combattere per ideali di libertà ed eguaglianza sociale. Storie che tuttavia in Sardegna sono ancora poco note e che con il loro carico di dolore e con la loro sete di verità, giustizia e speranza, come quella di Magdalena Pèrdighe, abbiamo il dovere di far conoscere.
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Brandsen, piccola cittadina a settanta chilometri da Buenos Aires, notte fra il cinque e il sei gennaio del 1977. Al chilometro 56 della strada provinciale 215, a poca distanza dall’accesso della città, sta il ponte sul fiume Samborombon. Diversi corpi crivellati dai proiettili stanno inermi sull’asfalto.
Il giorno seguente le autorità del Primo Corpo dell’Esercito comunicano che c’è stato uno conflitto. Le notizie parlano di un’imboscata organizzata da un commando di delincuentes subersivos che a bordo di non meno dieci veicoli avrebbe bloccato sul ponte i mezzi del Servizio penitenziario della Provincia di Buenos Aires e la loro scorta militare. Ne sarebbe scaturito un cruento scontro a fuoco che aveva l’intento di liberare Dardo Cabo e Roberto Rufino Pirles, due noti sovversivi detenuti che venivano trasferiti al carcere di Sierra Chica. I due, assieme a cinque anonimi membri del commando sono rimasti uccisi durante la sparatoria. I cadaveri sono sfigurati da decine di proiettili calibro 7,65, gli stessi usati con i fucili automatici leggeri in dotazione all’esercito argentino.
Tuttavia c’è qualcosa di strano in quei corpi. I due prigionieri risultano colpiti soltanto alle spalle e quelli dei presunti terroristi hanno ricevuto tutti almeno un colpo secco alla testa che ha distrutto la loro massa cerebrale. Quella che viene spacciata per una vittoria delle forze dell’ordine ha tutta l’aria d’essere un’esecuzione di prigionieri.
Porto di Buenos Aires, 9 maggio 1950. Dalla nave San Giorgio salpata da Napoli, che neppure due anni prima aveva portato Erich Priebke in Argentina, sbarcano gli emigrati provenienti dall’Italia. Fra loro c’è il quarantenne Basilio Perdighe, bracciante di Samugheo che assieme a un gruppo di compaesani è scappato da una Sardegna che sente ancora gli strascichi della guerra, dove regna la miseria più nera e le prospettive per il futuro non sono affatto confortanti.
Il “sogno americano” di questi emigrati sardi ha i colori aridi della Patagonia, terra dagli orizzonti lontani e dai mondi dilatati e si materializza a Cipolletti, un minuscolo sobborgo con le strade sterrate, che prende il nome dall’ingegnere italiano che aveva progettato l’irreggimentazione delle acque della zona del Rio Negro. Nelle haciendas di questa sconfinata e silenziosa pianura si trasformeranno ben presto da gringos extranjeros in abili gauchos addetti a consistenti mandrie bovine.
Non molto tempo dopo Basilio viene raggiunto da Franca Milia, una giovane dalla quale era rimasto affascinato in paese e aveva chiesta in sposa e impalmata per procura, che come una novella Lady Dixie attraversa da sola l’oceano per raggiungere quello che fino al suo sbarco rimane un perfetto sconosciuto. Sa che Basilio è una persona onesta e un grande lavoratore. Basta per cominciare una nuova vita a Cipolletti. Assieme costruiscono la loro casa, aprono una macelleria e con l’arrivo di Graziano Victorio nel 1953 e Ana maria Rita nel 1956 formano la loro piccola famiglia.

La Plata 1976. Da qualche anno Graziano e Ana sono andati via da Cipolletti per frequentare l’università platense dove studiano rispettivamente giurisprudenza e medicina. Abitano in un piccolo appartamento acquistato dalla madre Franca, che nel frattempo è rimasta vedova di Basilio e si è risposata con il compaesano Giovanni Tatti dal quale ha avuto la terza figlia. I ragazzi sono entrambi appassionati militanti politici della JUP, la Gioventù Universitaria Peronista, appendice studentesca dei Montoneros. Graziano, che tutti chiamano “Pichi”, coltiva anche la passione per il giornalismo e frequenta “l’Escuela de periodismo platense”. Intanto nel luglio del 1974 ha sposato Graziela “Chela” Sagues, una ragazza di Noecochea conosciuta nella mensa universitaria che il 30 novembre dell’anno successivo lo ha reso padre di Magdalena. L’impegno politico non viene meno, la loro casa è spesso luogo di incontro con i compagni di militanza, così come l’attività giornalistica e anche un piccolo impiego nel colorificio di Guido Carlotto, padre di Laura, anch’essa appartenente ai quadri attivi dei Montoneros.
Il 24 marzo un colpo di stato delle forze armate spodesta Isabela Peron. I militari di Videla instaurano una feroce dittatura che applica il concetto di “sovversivo” a chiunque si schieri contro il nuovo regime. L’esercito intraprende così una lotta antiterroristica che ha lo scopo di disciplinare la società argentina con il sangue e col fuoco. Gli studenti di La Plata rientrano nella categoria da annientare e militare politicamente dalla parte sbagliata è diventato molto pericoloso. Comincia così il dramma dei Desaparecidos. Studenti, operai, artisti, giornalisti e sindacalisti vengono arrestati, portati nei centri di detenzione clandestini e dopo essere stati interrogati e torturati per giorni, spariscono nel nulla.
Il 26 settembre Ana Rita viene arrestata e rinchiusa nel centro di detenzione di La Cacha. Graziano comincia a girare armato, ma non riesce a sfuggire alla cattura che viene eseguita il 16 dicembre. Anche Graciela si sente in pericolo, manda la bambina dai genitori a Noecochea e avvisa la famiglia Pèrdighe. Franca Mìlia si precipita a La Plata ma quando arriva alla casa, scopre che appena il giorno prima, il 22 gennaio 77, una patota – così vengono chiamate le squadre della morte di Videla – ha prelevato anche Chela. Pochi mesi dopo anche Laura Carlotto viene arrestata e assassinata dopo aver dato alla luce un bimbo. Sua madre Estela diverrà una della donne simbolo delle Nonne di Plaza de Mayo.

Noecochea 1985. Magdalena ha 9 anni. A gennaio è stata in Sardegna con la nonna. Ancora oggi ricorda il cammino tortuoso per giungere a Samugheo e quel paese perduto nel tempo che gli viene in mente ogni volta che vede ‘Nuovo Cinema Paradiso’ e del quale ha indossato il bellissimo abito tradizionale. Ricorda anche Cagliari dove per la prima volta in vita sua vede la neve e quando visita il mercato di San Benedetto coi banchi ricchi di frutta e di pesce, rimane più meravigliata di Frieda Lawrence.
In quello stesso periodo Magdalena trova ‘Nunca Mas‘, un libro molto crudo ma ricco di testimonianze di ex prigionieri che parlano dei centri di detenzione clandestina, di torture e della scomparsa di migliaia di giovani. È allora che Magdalena capisce di essere una Hija, una figlia di Desaparecidos, più fortunata rispetto a molti della sua generazione finiti fra le mani di famiglie di militari, ma pur sempre una bambina rimasta orfana per esclusiva responsabilità del regime. Qualche anno fa mi ha raccontato : “Sono sicura che questa vicenda ha avuto un grande impatto sulla mia vita. Quando ero ragazzina e cominciavo a capire, ero molto particolare. Vivevo circondata da adulti e crescere senza genitori mi dava la sensazione di essere perennemente sotto lo sguardo pietoso di qualcuno e questo in qualche modo mi feriva e mi metteva a disagio. Nessuno a Necochea era orfano di padre e madre, nessuno! I miei genitori erano morti in modo confuso, non me ne parlavano quasi mai e penso che avrei fatto meglio a raccontare che ero figlia di alieni, invece di dover spiegare a tutti i miei amici e agli altri che ero figlia di desaparecidos e soprattutto com’era essere figlia di desaparecidos”.
In una notte del 2010 Magdalena sogna sua madre. La mattina seguente arriva la telefonata dell’ Argentine Forensic Anthropology Team (EAAF), che le comunica di aver identificato i resti di Graciela in una fossa comune nel cimitero di Avellaneda. “Sono eternamente grata a quelle persone, perché il cerchio è chiuso, nessuno merita di stare in una fossa con altri cadaveri, tutti dovrebbero avere il diritto di vegliare sui propri parenti e poterli visitare e portare loro un fiore.
Le ceneri di Graciela si trovano oggi al Cammino della Memoria dove stanno le targhe in ricordo dei desaparecidos di Necochea. Magdalena attende ancora di ritrovare le spoglie del padre Graziano e della zia Ana. “Los hermanos Perdighe” furono barbaramente ammazzati nel finto scontro a fuoco inscenato sul ponte di Brandsen assieme ai compagni Delmirio Villagra, Felix Escobar e Roberto Rufino Pirles. La verità venne a galla soltanto nel 1985. Sul ponte è stato eretto un monumento in ricordo di quel tragico fatto e ai fratelli Perdighe è stata intitolata la biblioteca della Comunità Educativa di Cipolletti.

Piccoli gesti di consolazione, certamente, ma estremamente utili a perpetuare quella memoria cantata da Leon Gieco, “arma della vita e della storia”, per far si che quella sporca guerra e il dramma dei desaparecidos non accadano veramente mai più.
A Magdalena con affetto, per la sua testimonianza e per la sua amicizia.
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