Dopo l’evasione da Castiadas, una nuova vita sotto mentite spoglie fra Meana, Tonara e Ovodda, il riconoscimento, la cattura e il carcere di Civitavecchia del galeotto Giuseppe Marino non parlava più nessuno. Ma l’astuto siciliano aveva ancora una carta da giocarsi e nell’estate del 1894 torna a far parlare di se in maniera rocambolesca.
A Ovodda, dove Giuseppe Marino, spacciandosi per il sedicente Vinti (leggi la prima parte e la seconda parte della storia) si era messo a commerciare e mediante una vita irreprensibile era riuscito a crearsi una fama di galantuomo e ad annodare buone relazioni con i suoi conoscenti, fra cui i carabinieri del paese, ormai quasi non si pensava più a lui. Anche la lettera mandata al suo amico dal bagno penale di Civitavecchia, nella quale millantava di voler fare ritorno a Tonara per riabbracciare la famiglia e con implicito riferimento alla vendetta ad Ovodda “per sistemare alcune cose rimaste in sospeso con alcuni amici”, venne presa come l’ultimo lamento di un mitomane. Un maldestro colpo di coda epistolare di chi ormai, pregustando la fine dei suoi giorni in domo petri, era in preda alla totale disperazione. Questo almeno fino alla 7 di agosto, quando il tintinnare degli aghi magnetici del telegrafo della stazione di Sorgono segnala l’arrivo di un inaspettato messaggio, che però giunge ai carabinieri di Ovodda soltanto a sera inoltrata: Giuseppe Marino è nuovamente in fuga.

“Il sol d’agosto, inganna la massara nell’orto”, si soleva dire un tempo. Il galeotto Marino, a quanto pare, invece prediligeva la giustizia.
L’alba del primo martedì del mese, dal piroscafo in arrivo a Golfo Aranci da Civitavecchia, incatenato alle mani e ai piedi e con i carabinieri Lisa e Dellabona in qualità di “angeli custodi”, il condannato siciliano sbarca nuovamente in Sardegna.
Con un colpo di scena è riuscito a farsi nominare, senza aver nulla visto e nulla udito, testimone in un processo che si deve celebrare alla corte d’assise di Cagliari qualche giorno dopo. Viene così caricato sul treno che con un lungo viaggio lo porterà al capoluogo isolano. Neppure il tempo di arrivare alla stazione di Terranova che la volpe di Girgenti ha già architettato l’ennesimo diabolico piano. Attende soltanto il momento propizio per darsi nuovamente alla fuga.

Sono le sei e un quarto quando il treno sta transitando in prossimità del ponte Rena. Marino, dato uno sguardo al tratto della linea che ha dinanzi e approfittando di un momento di distrazione dei due carabinieri ai quali è stato affidato in custodia, al km 277, poco distante dalla fermata di Enas, si solleva sulla punta dei piedi e benché ammanettato, spicca il volo attraverso il finestrino, saltando giù dal vagone come il più leggiadro degli uccelli.
L’atterraggio non è altrettanto tenue. Cadendo a capofitto sul ghiaione, si rovescia all’indietro urtando violentemente cranio e reni. Tutto ciò in qualche secondo appena, col galeotto in preda a una sorta di trance agonistica, talmente forte da non avvedersi del salto del carabiniere Dellabona, che lanciatosi dal finestrino mentre il treno è ancora in marcia, con poca fortuna, cade malamente riportando parecchie lesioni al viso, alla testa, al braccio e alla spalla sinistra.
Il treno viene fatto immediatamente fermare e retrocedere per oltre duecento metri. L’intento è quello di dare modo ai due carabinieri e al personale di manutenzione d’inseguire e provare a raggiungere il fuggitivo. Tuttavia appare subito chiaro che il Marino a gambe non stia affatto male. Quasi senza potersi spiegare come, si ritrova in posizione verticale e camminando disperatamente e più velocemente che può ma cercando di orientarsi, una volta individuata la strada migliore, comincia a prendere il largo. Sa che ogni passo che muove potrebbe essere l’ultimo. Dopo una buona mezzora di cammino si ferma stordito. Apre gli occhi, dà uno sguardo attorno e si ritrova solo, nella campagna, in mezzo alla stoppia. Nonostante il volto e il petto insanguinati, fino a quel momento, non si è ancora accorto di alcuna ferita.
Oltrepassata una collinetta, una volta divenuto invisibile a tutti, pensa subito a togliersi le manette. L’enorme quantità di sangue caduto sui polsi ne facilita l’operazione. Le manette diventano scorrevoli, come se fossero unte di sapone e facendo uno sforzo tale da slogarsi il pollice della mano destra, riesce a liberare entrambe le mani. Senza perdere tempo afferra un grosso sasso e comincia a pestare il lucchetto che chiude la catena da bagno. In pochi minuti anche le gambe sono libere.
Sente ancora il fischio della vaporiera o almeno è questa la sua impressione. Suppone che accortisi della sua evasione, i passeggieri abbiano fatto fermare il treno e spedito forze per prenderlo vivo o morto. Si rialza. Il sangue cola giù abbondante, ma non lo sgomenta affatto. Lacerando un lembo della camicia riesce a fasciare un poco la ferita alla testa trascurando quella della schiena e riprende a correre all’impazzata in direzione di una montagna e a far perdere definitivamente le sue tracce.
I telegrafi della Gallura cominciano a lavorare senza sosta per tutta la giornata. Da Tempio e Siniscola raggiungono la zona di Enas due drappelli di carabinieri comandati dal maresciallo Crivelli e dal sottotenente Meloni. Percorrono la campagna e cominciano a dare la caccia al fuggiasco con un certo ottimismo, confidando sul fatto che il Marino, non pratico dei luoghi e delle persone, difficilmente potrebbe accaparrarsi la simpatia e la protezione dei pastori e senza quella risulta difficile mantenersi a lungo in stato di latitanza. Il ragionamento è il medesimo che alcuni anni prima era stato fatto a Castiadas, valido senza ombra di dubbio per un evaso comune, non di certo per uno astuto e scaltro come Giuseppe Marino.
Intanto i due angeli custodi che si sono lasciati scappare il galeotto sono stati portati a Terranova. Il carabiniere Dellabona ferito gravemente necessita di cure mentre il carabiniere Lisi, da pochi mesi in servizio presso l’arma benemerita, comincia a dare segni di pazzia, minaccia di suicidarsi e perciò viene sorvegliato a vista. Entrambi rischiano una severissima punizione.
Per qualche giorno le ricerche continuano infruttuose. Il 9 un pastore della regione Raica si precipita ad Terranova per denunciare che l’evaso Marino si è recato alla sua casa per richiedere alimenti. Altri testimoni sostengono di averlo visto con la testa fasciata e le mani libere avviarsi verso Berchiddeddu. Altri ancora di averlo avvistato il 12 nella località Casteddu, tra Oschiri e Berchidda. Tuttavia, per quante volenterose e assidue ricerche si facciano, rovistando fra boschi e macchioni, pare che anche stavolta il galeotto stia per farla franca.
In realtà il Marino non è andato molto lontano. La stessa sera della fuga, quando meno se lo aspetta, viene colto alla sprovvista da un uomo armato fino ai denti che gli intima di fermarsi. Il galeotto prova a fare orecchie da mercante e continua a correre, ma l’uomo insiste con un più minaccioso invito a fermarsi. Marino si trova costretto ad ubbidire. “Chi siete e dove andate?” grida l’uomo. Io? “Voi!” Il fuggiasco tenta di rispondere balbettando qualcosa sul come e sul perché, ma invano. Quell’uomo col fucile puntato sul petto lo fa zittire in un attimo, aggiungendo: “Vile mentitore, tu cerchi di burlare anche me, ma sei proprio fortunato se ci riesci”. “ Tu – continua – sei il siciliano fuggito dal treno e ricercato dai carabinieri”. Marino non può e non sa più fingere. “Ebbene, soggiunge con tono alterato, sono proprio quello e sono fuggito per riabbracciare i miei poveri bimbi. Ti fa male forse questo?” E l’altro: “Basta. Ti risparmio la vita, ma presto, vattene da questi dintorni, in modo che non ti possa più vedere”, e datogli uno spintone col fucile, continua a seguirlo per un piccolo tratto per poi lasciarlo andare, scomparendo fra sterpi e macchioni.

Liberatosi da quell’impiccio, riprende il cammino. Attraversa nuovamente la linea ferroviaria, avviandosi verso una piccola montagna soprastante il paese di Monti. Inoltrandosi in quel territorio, dopo circa due giorni di cammino, gettandosi di balza in balza, di dirupo in dirupo e rovinandosi mani e piedi, cade sfinito e logoro di stenti. Dopo essersi riposato il necessario, vorrebbe riprendere il cammino, ma oltre ad avere il viso gonfio e la testa pesante come il piombo, anche la fame comincia a insistere imperiosa e lo stomaco reclama cibo.
Servirebbe l’aiuto di qualche persona generosa. Guarda giù per le valli sottostanti speranzoso di veder comparire qualche pastore, ma non riesce a percepire anima viva. Si decide allora di darla lui la caccia ai pastori e dopo sei o sette ore di vana ricerca, capita in una capanna dove né alberga uno. Il suo aspetto è rozzo, ma tuttavia giovanile e amichevole. Marino chiede cordialmente ospitalità e soccorso e quegli senza porre alcuna domanda lo tranquillizza e lo rifocilla con del latte e del quagliato. Mangia voracemente. Più mangia e più si sente rinvenire. Siccome ha ancora l’abito “del governo” chiede all’amorevole giovane se può procurargli qualche cencio per travestirsi ed essere meno riconoscibile. Il giovane annuisce e dona al galeotto dei pantaloni neri rattoppati, una vecchia giacchetta in orbace nero e una berritta.
Sopraggiunta la notte e ringraziato il benefattore, Marino si allontana da Monti e seguitando la marcia lungo lo stradone, dove riesce maggiormente a orientarsi e a trovare acqua per rinfrescarsi il viso che ormai si sente sempre più infuocato, oltrepassa Oschiri. L’indomani si arresta nei salti di Pattada e anche qui viene soccorso da alcuni pastori. E così prosegue, di ovile in ovile, di via in via, ricevendo qui una elemosina e là un rifiuto sdegnato, oltrepassando Buddusò, Bitti e Orune. A Nuoro passa diritto, rasentando la città, nel punto dove si incrociano le strade per Macomer e Mamoiada, ed infila quest’ultima fino alla cantoniera Su Grumene, tanto cara alla narrazione deleddiana.

Percorso un tratto di cammino svolta a destra per la scorciatoia che conduce al Monte Gonare e ad Ollolai discendendo fino a Gavoi, dove conta di avere un compare. Quantunque sia notte fonda non esita a raggiungere la sua casa. Bussa. Esce la moglie, sua comare, che si rammarica per l’assenza del padrone. Nell’immediato non viene riconosciuto dalla donna. Appena si manifesta, parlando del suo caso, la donna reagisce spaventata consigliandogli di fuggire subito, poiché diversamente rischiano di finire in gabbia pure loro. Per diverse notti i carabinieri avevano piantonato e visitato la casa, sospettando che il compare e la sua famiglia potessero favorire il fuggiasco..
Allontanandosi in furia e fretta e temendo qualche imboscata, infila una porticina semi aperta d’una casupola apparentemente disabitata sita all’estremità del paese. Puntellata la porta e si sdraia per terra aspettando qualche insperato aiuto. Intanto una fastidiosa erisipela, un’infezione acuta della pelle e una febbre che ormai lo sta portando al delirio, hanno finito di stremare il suo debole fisico.
Così ridotto, sicuro che l’arma avrebbe finito per trovarlo è costretto a rimanere in quella stalla per tre giorni. Dopo la mezzanotte del terzo si avvia nuovamente per lo stradone fino al Ponte Aratu. Qui disperato di poter proseguire oltre, per la debolezza e per la febbre, si butta in un lembo della carreggiata. Senza viveri, senza alcun soccorso, costretto a fuggire dal paese dove tutti lo conoscono e lo odiano si sente quasi perduto. Tuttavia non si arrende ancora.
Verso l’alba, calmatasi un po’ la febbre riprende il viaggio, non più per la strada, ma per il bosco, verso Perdas Fittas, con l’unico pensiero di volere ad ogni costo riabbracciare i suoi bambini prima di morire. Inoltratosi fra il fitto degli alberi incontra un pastore al quale si avvicina implorando di ricevere qualcosa per ristorarsi.
Il pastore è l’ovoddese Pietro Matteoli che, sulle prime, con il viso gonfio e sfigurato dalla malattia e conciato come un mendicante, non riconosce il Marino. Il galeotto prova a spacciarsi per un contadino di Atzara di ritorno da Bitti, ma il suo stato pietoso, la grande fame e qualche parola in siciliano lo tradiscono, facendo in modo che il Matteoli non abbia più alcun dubbio sulla sua reale identità. Marino lo segue nell’ovile dove riceve un poco di latte e vistolo così tremante per la febbre, anche un lungo mantello d’orbace per coprirsi. Per un momento tutte quelle gentilezze e quelle premure allontanano l’idea di una delazione e Marino si sdraia per riposare. Il Matteoli tuttavia non è solo. I compaesani Pietro Vacca, Salvatore Virdis e Giuseppe Carboni di Tonara che mentre guidavano il loro bestiame al pascolo, lo avevano già avvistato in una folta macchia a un’ora circa da Ovodda, si recano subito all’ovile del compaesano. Cenni, bisbigli, sguardi. Il Marino capisce subito di essere in trappola. Questa volta è finita e per davvero.
Passano venti minuti e arrivano anche i carabinieri del brigadiere Piredda che si trovavano nei paraggi in ricerca dell’evaso, accompagnati dai barracelli Ledda, Vacca e Maccioni e dal loro capitano Francesco Ledda. Marino non oppone alcuna resistenza.
Sono le 12 in punto di lunedì 20 agosto quando il galeotto e la sua nutrita scorta entrano in Ovodda attesi da due ali di folla e delle campane della chiesa di San Giorgio che suonano a festa. Si mostra molto sofferente per la malattia, ma anche abbastanza tranquillo e rassegnato come chi soffre per una causa giusta e degna di lode. In caserma racconta con calma la sua fuga dal treno e si duole che i carabinieri, che in quel giorno l’accompagnavano, abbiano a soffrire per causa sua. Dichiara che egli, contrariamente a quanti molti credono, non intendeva compiere alcuna vendetta in Ovodda ma soltanto riabbracciare la sua famiglia a Tonara. Protesta inoltre di essere innocente per l’assassinio per il quale fu condannato dalla Assise di Girgenti e che vorrebbe la revisione del processo. Il giorno seguente viene tradotto a Sorgono e infine, col primo treno disponibile a Cagliari.
Da quel giorno, del galeotto Marino Giuseppe da Girgenti, evaso dalla colonia penale di Castiadas nel 1888 e che volle essere Giuseppe Vinti non si sentirà parlare mai più. Anche il figlio Salvatore rinnegherà il vero cognome paterno continuando a tenere quello del povero Vinti e con questo, nel 1919 in quel di Tempio Pausania, si unirà in matrimonio a Lucrezia Muzzetto.










