Civitavecchia, 30 novembre 1893. Giuseppe Marino, il siciliano evaso dalla colonia penale di Castiadas, che da cinque anni aveva fatto perdere le sue tracce e dato filo da torcere alla giustizia isolana, dismette gli eleganti abiti ai quali era ormai da tempo abituato per indossare nuovamente quelli da galeotto e accomodarsi in una cella del bagno penale cittadino. Intanto a Cagliari, Tonara e Ovodda in parecchi si chiedono come abbia fatto, spacciandosi per tale Vinti Giuseppe, a ingannare impunemente le autorità, rifarsi una vita ammantata di impeccabile onestà e godere del favore e della simpatia di tutti, in ogni luogo dove egli si recasse.
Oltre a notevoli capacità attoriali il Marino è dotato di una buone dose d’astuzia, ingegno e spregiudicatezza che mette a frutto sin dai primissimi giorni di latitanza nelle campagne del Sarrabus e del Gerrei. Conosce poco l’ambiente sardo, quanto basta però, per capire che serve muoversi con estrema cautela e che forzare la mano o ancora peggio, mettersi a fare il gradasso fra le popolazioni campestri, potrebbe risultare parecchio controproducente. Le successive evasioni di alcuni suoi conterranei dimostrano l’accortezza della sua valutazione.
Il 10 luglio del 1890, Antonio Furnari di Linguaglossa in provincia di Catania e Mario Sortino da Avola, Siracusa, entrambi condannati a trent’anni di lavori forzati per omicidio qualificato, evadono da Castiadas e tentano imprudentemente di raggiungere la costa per provare a imbarcarsi con qualche mezzo di fortuna e lasciare l’isola. Vengono riacciuffati subito, il 13 il primo e il 27 il secondo, dai carabinieri di San Vito e Muravera. Va di gran lunga peggio a Pasquale Interinella, siracusano di Sartino, che evade nel 1892 e ha la pessima idea, in solitaria o in compagnia di qualche latitante sardo, di percorrere l’isola e spargere il terrore a suon di minacce, rapine e ricatti; prima di cadere, qualche tempo dopo, crivellato dalle fucilate dei carabinieri di Mores e Ozieri.

Conscio della delicatezza della sua situazione, braccato dai gendarmi di tutto il circondario in una terra che non conosce, dove quasi nessuno parla la lingua italiana e dove il suo marcato accento girgentino e la divisa da galeotto potrebbero attirare l’attenzione di occhi indiscreti, il Marino sa di non potersi permettere di compiere un solo piccolo errore e tantomeno di attirarsi l’inimicizia dei sardi. Muovendosi col favore delle tenebre riesce così a percorrere notevoli distanze e ha la prima grande fortuna nell’incappare in qualcuno che ha il buon cuore di rifocillarlo e di procurargli due stracci da indossare al posto del vistoso abbigliamento da condannato. Tuttavia la vera fortuna, la più grande che potesse capitargli, ha la faccia di un altro siciliano che casualmente incontra in un ignoto luogo lungo il suo cammino. A quella faccia corrisponde il nome di Giuseppe Vinti, furono Salvatore e Di Caro Rosalia, che per un singolare scherzo del destino è proprio un suo concittadino, nato nel 1849 nella Via Gomez del rione San Carlo a Girgenti.
Il Vinti è un fabbro meccanico che ha raggiunto la Sardegna pochi giorni prima. Si sta completando il tronco ferroviario Isili – Sorgono e nei cantieri, con la variazione del tracciato e le conseguenti difficoltà riscontrate dai costruttori per la natura alpestre dei contrafforti della zona sottostante i monti del Gennargentu, è aumentata la richiesta di manodopera specializzata. Un’appetibile occasione lavorativa per l’operaio agrigentino; non troppo lontana da casa – la quasi obbligata alternativa alla miseria allora era l’emigrazione verso le Americhe – e pagata dignitosamente.

Il Marino, guardandosi bene dal rivelare la sua condizione di evaso, ascolta con molta attenzione quanto racconta quel suo conterraneo appena più anziano e dalla fisionomia molto simile alla sua, chiedendo infine di potersi unire a lui nella speranza di trovare anch’egli un impiego fra le varie maestranze. Giuseppe Vinti acconsente di buon grado, ignorando completamente i terribili propositi che sta covando il galeotto, che in un batter di ciglia ha capito che quel fortunato incontro potrebbe essere la carta vincente per riacquisire la libertà e il salvacondotto per rifarsi una vita senza macchia. I due si mettono in viaggio e appena le condizioni lo permettono, il Marino non esita un solo istante a trucidare Giuseppe Vinti, spogliarlo dei suoi abiti e ad occultarne il cadavere. Così servendosi dei suoi documenti e delle sue carte di raccomandazione, prosegue il cammino verso la Barbagia e qualche giorno dopo con l’identità rubata e in totale nonchalance, si presenta a Meana Sardo dove si unisce alle squadre di lavoro impegnate nella posa dei binari.

Passano pochi mesi e le squadre vengono mandate a Sorgono per cominciare i lavori a ritroso, in modo che una volta terminate le operazioni di scavo della lunga galleria di S’Arcu fra Meana e Belvì, la linea sia quasi pronta per l’apertura. Sono i primi del 1889 quando il Marino arriva a Tonara. Qui conosce Caterina Succu, vedova da circa un decennio di Pietro Floris, con la quale instaura da subito una relazione che ha come esito il concepimento di una bambina che nascerà in dicembre. I due nel frattempo decidono di sposarsi e il galeotto evaso non ha nessuna remora a richiedere in Girgenti i documenti necessari a nome del povero Vinti, per unirsi legalmente alla sua ignara compagna. Ne avrà ancora meno quando, con cattivissimo gusto, chiamerà la figlia con il nome di Rosalia e il secondogenito nato nel 1892 Salvatore, gli stessi degli ormai defunti genitori del concittadino assassinato. Nessuno può saperlo ma è la seconda volta che Giuseppe Marino convola a nozze, qualche anno prima infatti, a Siculiana, aveva già preso in moglie tale Rosa Aletta.
Come abbiamo visto, la sua totale disinvoltura e i modi affabili, hanno allontanato anche il minimo sospetto sulla sua reale identità sia a Tonara che a Ovodda, dove arriva a farsi beffa degli stessi carabinieri, presso i quali ogni tanto presta servizio in qualità di barbiere e parrucchiere, ridendo nel vedere il suo vero nome nell’elenco degli evasi affisso in caserma e compiacendosi della sua raffinata malizia.
“Ogni uomo ha un vizio che lo farà cadere”, recita una nota canzone di Francesco De Gregori e così il Don Giovanni siciliano, non resistendo alla sua presunta indole da seduttore, invaghitosi della giovanissima Francesca Dessì, ha la poco brillante idea di insidiarne l’innocenza. Preghiere e promesse di denaro non servono a convincere la ragazza, spalleggiata da vicini e parenti, a ritirare la querela che si conclude con la condanna a Nuoro e il fatale ricorso al tribunale d’appello di Cagliari, dove, riconosciuto da un suo collega di pena, non si sa se per ingenuità o malignità, non può fare altro che gettare la maschera.
All’ergastolo, passato da tempo in giudicato, si sommano le condanne per i reati di evasione, omicidio, occultamento di cadavere, sostituzione fraudolenta d’identità e bigamia. Abbastanza insomma per finire il resto dei suoi giorni recluso in domo petri in una struttura penitenziaria di rango come il bagno penale di Prato del Turco a Civitavecchia, una fortezza dotata di celle di rigore destinate ai detenuti di “viziosa condotta” con le imponenti mura sorvegliate dai fucilieri. Evadere è praticamente impossibile per chiunque. A meno che uno non sia intelligente, ardito, scaltro e risoluto come Giuseppe Marino, al cospetto del quale il concetto d’impossibile perde di fatto ogni credibilità.

La notte del 30 novembre, prima di essere chiuso in cella, l’atteso ospite è accuratamente perquisito: già l’indomani viene trovato in possesso di un lapis e di un pezzo di carta per scrivere. Il neo recluso non ha ancora fatto in tempo a solcare le porte del bagno penale che a un amico di Ovodda è già pervenuta una sua missiva dove si rammarica non tanto di essere stato arrestato, quanto di non aver potuto salutare la sua famiglia e di non essere riuscito ad assestare “i conti in sospeso” con alcuni amici, augurandosi tuttavia di riuscire a farlo presto. Passano pochi mesi e sempre dal penitenziario, attraverso chissà quale strattagemma, riesce a farsi nominare come testimone in un processo che dovrà celebrarsi a breve presso il tribunale di Cagliari.
E’ il 6 agosto 1894, quando Giuseppe Marino, il celebre galeotto evaso dalla colonia di Castiadas, alle cui imprese pare propizia la terra sarda, fa nuovamente parlare di sé.
( continua )










