Alice Ceresa è stata traduttrice, curatrice editoriale e scrittrice. Con la sua esigua – almeno nella parte edita – ma tutt’altro che marginale opera di narrativa, distribuita con meditata parsimonia nell’arco di un trentennio, ha dato voce alla condizione femminile, affrontando l’argomento con lucidità e consapevolezza.
Una femminista, certo, capace con la sua prosa di andare oltre le sacrosante rivendicazioni e di mettere il lettore al cospetto delle storture da cui esse scaturiscono. E ci pare proprio questo lo scopo principale del suo impegno letterario, anche alla luce dell’intervista rilasciata nel 1991 a Francesco Guardiani e ora riproposta da Edizioni Casagrande a corredare la nuova veste di “Bambine”, secondo romanzo dell’autrice pubblicato trentacinque anni fa da Einaudi. Arricchiscono il volume uscito lo scorso maggio, la lettera che accompagnava le risposte alle domande di Guardiani, un’altra missiva indirizzata a Einaudi nella persona del critico Guido Davico Bonino, e la postfazione e nota al testo di Tatiana Crivelli che ne ha curato l’edizione.

È sufficiente scorrere la sua biografia per farsi un’idea di quanto Alice Ceresa fosse refrattaria ai vincoli atti all’omologazione e alla normalizzazione, fossero quelli che la società impone all’individuo – e soprattutto alla donna in quanto tale – o anche quelli che, secondo troppi, dovrebbero ingabbiare la narrativa, quasi che questa fosse riducibile a un mero procedimento matematico. Coerente con tale attitudine, “Bambine” scardina i canoni del romanzo attraverso la peculiarità della forma e dello stile, lo fa con una narrazione al limite del cronachistico, caratterizzata dalla pressoché totale assenza di trama; con la prosa esasperata dalla sovrabbondanza di participi presenti e avverbi di modo, ritmata da un utilizzo sapiente della punteggiatura; col primo e l’ultimo capitolo che incorniciano il testo distaccandosene per l’intonazione e la resa grafica. Il risultato è un formidabile ritratto del più essenziale nucleo di aggregazione umana, del luogo in cui inizia il processo di incasellamento psicologico e sociale che Ceresa vuole mettere a nudo: la famiglia.
Un padre dispotico e assente, se non per l’espletamento delle funzioni previste dal suo status di uomo, marito e genitore maschio: provvedere allo stipendio, contribuire alla procreazione nella misura che fisiologicamente gli compete, sovrintendere a debita distanza alla protezione e all’educazione della prole intervenendo solo quando, a suo parere, il momento lo richiede.
Una madre subalterna e rassegnata che sembra avere abdicato per elezione naturale alla propria individualità, eppure è relegata nella solitudine dalla diffidenza di chi ne pretende abnegazione e solidarietà.
Due sorelle, le bambine cui il titolo dell’opera allude – ma l’autrice avrebbe preferito “La cacciata dal paradiso” –, una poco più grande dell’altra. Dapprima alleate e in seguito su fronti contrapposti per indole e opportunità, guardano con sospetto alla donna che le ha partorite intravedendo in lei il proprio futuro, contrariate per il misterioso ed esclusivo rapporto che la lega all’uomo di casa, elemento alieno dal quale sono intimorite e allo stesso tempo attratte.
Pur nella voluta e persino ostentata asetticità della prosa, le dinamiche di questo precario baluardo minimo della società ci vengono rivelate non attraverso il racconto degli avvenimenti ma con la sistematica descrizione di stati d’animo e sentimenti. E mentre, nell’immutabilità dei ruoli predeterminati, assistiamo all’evolvere delle relazioni tra i quattro, le sorelle crescono, vicine ma diverse, e muovono i primi passi fuori dal contesto familiare, in quel mondo che le riterrà comunque inadeguate, malgrado gli sforzi per conformarsi (la maggiore) o sottrarsi (la minore) alle aspettative altrui.
Alice Ceresa è morta nel 2001, ma i temi che le sono stati a cuore sono ancora attuali. Viene naturale domandarsi cosa avrebbe pensato e scritto di questo nostro presente segnato da scontri tanto enfatici quanto sterili, nel quale schierarsi significa troppo spesso ritagliarsi il proprio spazio sulla scena, e non partecipare a una condivisione di idee dalla quale possa evolvere una società davvero più equa, tollerante e inclusiva.










