Dopo un 2024 sottotono, probabilmente anche a causa dei problemi amministrativi della Sardegna Film Commission, il cinema sardo si prepara a tornare protagonista alla Mostra del Cinema di Venezia, la cui 82esima edizione si svolgerà dal 27 agosto al 6 settembre al Lido di Venezia. Nell’ambito delle Notti Veneziane, lo spazio dedicato al cinema italiano indipendente curato dalla sezione autonoma delle Giornate degli Autori assieme a Isola Edipo, è prevista l’anteprima di “Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la Rivoluzione” di Bonifacio Angius: per il regista sassarese sarà la seconda volta a Venezia, dove nel 2019 il suo cortometraggio “Destino” fu invitato come evento speciale di chiusura della Settimana della Critica. Del cast di “Confiteor”, oltre al regista stesso, fanno parte Antonio Angius, Simonetta Columbu, Geppi Cucciari, Edoardo Pesce e Giuliana De Sio.
Ci sarà un po’ di Sardegna anche nella sezione ufficiale “Fuori concorso – Series”: una parte delle riprese di “Portobello” di Marco Bellocchio, che ricostruisce la vicenda giudiziaria di Enzo Tortora e di cui verranno mostrate le prime due puntate, si sono svolte nei mesi scorsi anche a Cagliari, Oristano e Sassari; nel cast di “Il mostro” di Stefano Sollima, che riporterà alla luce i misteri del cosiddetto Mostro di Firenze in una produzione Netflix, ci sono vari attori sardi, tra cui il serramannese Valentino Mannias, vincitore nel 2024 del Premio Ubu al migliore attore under 35.
“Duse” di Pietro Marcello in concorso a Venezia 82
Nel concorso veneziano in cui 21 film competeranno per il Leone d’Oro, compare con un anno di ritardo rispetto alle attese il nuovo film di Pietro Marcello, “Duse“: Valeria Bruni Tedeschi vi interpreta la leggendaria attrice Eleonora Duse, il centenario della cui morte è stato celebrato lo scorso anno. Per ora si conoscono solo i tratti essenziali della trama: la vicenda dovrebbe concentrarsi sugli ultimi anni di vita della diva, quel periodo tra la fine della Grande Guerra e l’ascesa del fascismo in Italia quando Duse, ritiratasi una prima volta dalle scene nel 1909, decise di tornare a recitare a teatro. Non sappiamo ancora se il film mostrerà qualcosa anche degli anni del ritiro, che però non fu totale: lontana dai teatri, Duse si cimentò con passione in un’unica esperienza cinematografica, adattando per il grande schermo il romanzo “Cenere” di Grazia Deledda.
La regia di “Cenere”, uscito nel 1917, è attribuita a Febo Mari, uno dei divi di maggiore successo del cinema muto italiano; ma la vera anima dell’operazione, sia in fase di preparazione che di realizzazione, fu Eleonora Duse la quale volle fortemente mantenere il controllo creativo del progetto. Il risultato finale, che non ebbe successo di pubblico, si discosta notevolmente dal romanzo, ma con la benedizione della scrittrice. Come a volerlo dichiarare esplicitamente, in apertura del film fu posto un cartello con una lettera di Deledda indirizzata a Duse, in cui si poteva leggere: “Affido a lei, cara amica, questa storia di amore e di dolore perché Lei sola può illuminarla con la luce della sua anima e viverla con la sua grande arte sincera”.
Il romanzo, pubblicato a puntate nel 1903, racconta la storia di Anania, figlio di una giovane ragazza e di un uomo già sposato che quindi non lo riconosce, cresciuto dalla madre fino a sette anni e poi lasciato senza spiegazioni al padre che non può fare a meno di accoglierlo: Anania trova una via per il riscatto sociale anche grazie allo studio, ma l’abbandono della madre sparita nel nulla anni prima lo tormenta fino a spingerlo a rinunciare a un futuro sereno pur di ritrovarla e fare ciò che ritiene sia giusto, cioè prendersi cura di lei ormai reietta. La storia letteraria del figlio lasciato dalla madre si è trasformata nella vicenda cinematografica del sacrificio di una madre per il bene del figlio: un cambiamento dovuto all’intervento di Duse che stravolse il personaggio di Rosalia Derios per caricarlo di un’aura tragica, di una sofferenza personale necessaria per il bene superiore del proprio figlio, unico motivo per cui rinuncia a lui. Per staccarsi nettamente dalle sue esperienze teatrali, Duse non mosse mai la bocca per simulare il parlato (comunque non udibile in un film muto): affidò la sua interpretazione alla prossemica del corpo e all’espressività fisica nei campi lunghi, senza mai cedere alle esagerazioni facciali da melodramma spesso usate nel cinema dell’epoca.
“Cenere”, un film ambientato in Sardegna con ben poco di sardo
Duse però ebbe un ruolo decisivo anche nello spogliare la storia di gran parte degli elementi di folclore sardo riscontrabili nel testo deleddiano: riducendo la storia agli aspetti più sentimentali, la rese universale senza che Deledda, affidando completamente la storia all’attrice, lo percepisse come un tradimento e anzi manifestando la piena comprensione di come gli adattamenti cinematografici delle opere letterarie non appartengano agli autori dei testi di partenza, ma agli autori delle immagini finali. Il vero tradimento, invece, fu geografico. Nonostante l’ambientazione sarda sia rimasta immutata, per quanto ridotta (nei cartelli si citano Fonni e Nuoro, mentre gli eventi di Cagliari sono stati eliminati dalla sceneggiatura), il film è stato girato nelle Valli di Lanzo, in Piemonte. La prima importante rappresentazione cinematografica della Sardegna è quindi segnata da un inganno impossibile da svelare per gli spettatori dell’epoca; talmente ben congegnato che ancora oggi, nella pagina del film sul portale Internet Movie Database, come luogo delle riprese è indicata la Sardegna.
Lo scarso successo di pubblico e l’insoddisfazione finale della diva hanno reso “Cenere” l’unica prova cinematografica di Eleonora Duse, lasciandoci però la più consistente testimonianza visiva della sua recitazione. Rivedere le immagini di quel film non può che accrescere la curiosità di scoprire come Valeria Bruni Tedeschi si sia avvicinata al personaggio in “Duse”, che dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia sarà nei cinema a metà settembre. Da quel poco che è trapelato, è improbabile che il film di Pietro Marcello si soffermi anche sulla lavorazione di “Cenere”, ma bisogna ammettere che la storia dell’unica esperienza di Duse con il mezzo espressivo simbolo del Novecento, e del suo rapporto con la scrittrice che qualche anno dopo avrebbe ricevuto il Premio Nobel, meriterebbe un film a sé stante.










