“Dare forme al mondo. Per un design multinaturalista” uscito da pochissimo per UTET è il nuovo libro di Andrea Staid, antropologo sensibile verso la contemporaneità e attento a suggerire possibilità di cambiamento in un mondo sempre più votato all’autodistruzione.
Staid, come molti suoi colleghi, concorda nel definire i nostri tempi Antropocene, un’epoca in cui l’uomo non solo è al centro di tutto il pensiero e delle azioni globali ma ne è anche l’unico beneficiario a discapito di tutte le altre specie viventi, animali e vegetali. I danni del riscaldamento globale, la follia climatica, l’inquinamento e la sovraproduzione ci hanno condotto a un punto di non ritorno. Da qui la necessità di ripensare il pianeta con una visione meno egoistica e più pluralista, in cerca di un equilibrio indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza.
“Dare forme al mondo. Per un design multinaturalista” completa la triade ideale che Staid ha dedicato, con studi sul campo, esperienze in tutto il mondo e una ricerca continua, a fornire una ricetta personale per salvare il mondo, senza alcuna arroganza, armato solo di propositi che non possono che essere condivisi e che ha raccontato molto bene in “La casa vivente” (per ADD Editore nel 2021, qui l’approfondimento di Nemesis Magazine) e “Essere Natura. Uno sguardo antropologico per cambiare il nostro rapporto con l’ambiente” (uscito per UTET nel 2022, Francesca Mulas ne ha parlato qui). In quest’ultimo lavoro affronta il tema del design in modo ancora più pragmatico, fornendo informazioni, contatti, suggestioni che potrebbero davvero portarci ad una svolta decisiva. Lo abbiamo incontrato per saperne di più.
Nel tuo lavoro emerge l’importanza dell’incontro col l’altro e dello scambio di saperi. Come mai in un mondo globalizzato che ha annullato le distanze fisiche e virtuali ancora non riusciamo ad accettare le diversità?
È vero, nel mio lavoro “Dare forme al mondo” si sottolinea l’importanza cruciale dell’incontro e dello scambio di saperi. Nonostante la globalizzazione abbia annullato le distanze fisiche e virtuali, la piena accettazione delle diversità rimane una sfida complessa. Credo che ciò sia dovuto a diversi fattori interconnessi per esempio l ‘accelerazione dei cambiamenti può portare a chiusure e difese anziché ad aperture. Non dimentichiamo che spesso i media e alcune leadership politiche tendono a enfatizzare le differenze anziché i punti di contatto, creando narrazioni che alimentano la diffidenza e la paura dell’altro. La semplice vicinanza fisica o virtuale non garantisce un incontro autentico. Per accettare l’alterità, è fondamentale avere esperienze significative che permettano di superare i pregiudizi e di apprezzare la ricchezza che l’altro porta.Per ultimo ma forse il punto più significativo è che le disuguaglianze economiche, (di classe avremmo detto una volta) e quelle sociali possono esacerbare le tensioni tra gruppi diversi, rendendo più difficile la costruzione di un futuro di rispetto tra le differenze
Hai dedicato un capitolo ai pionieri della sperimentazione architettonica etica. Quindi è assodato che si può fare?
Assolutamente sì, quelli che chiamo i ribelli dell’architettura e del design hanno dimostrato come possiamo dare forme in connessione con il resto dei viventi, mantenendo un’impronta umana leggera sulla terra, queste progettazioni non sono un’utopia, ma una realtà concreta che può essere realizzata e in molti luoghi del mondo sono realizzate. Attraverso un approccio non antropocentrico, multi specie e quindi consapevole e responsabile, è possibile costruire in modo sostenibile, rispettando l’ambiente e le soggettività umane e non umane. Questi esempi dimostrano che è possibile coniugare innovazioni, rispetto per i materiali, attenzione al consumo energetico e inclusione sociale. Non si tratta più di “se si può fare”, ma di come estendere e replicare queste buone pratiche su larga scala.
Nell’ottica di superamento dell’Antropocene e del creare minore impatto ambientale è bene guardare al regno animale e ai suoi esempi virtuosi di architetture?
Guardare al regno animale e ai suoi esempi virtuosi di architetture è non solo utile, ma fondamentale nell’ottica di superare l’Antropocene (o meglio capitalocene) e ridurre il nostro impatto ambientale. La natura offre soluzioni di design e costruzione intrinsecamente sostenibili, ottimizzate per efficienza energetica, utilizzo di materiali locali e biodegradabili, e perfetta integrazione con l’ecosistema circostante. Pensiamo ai nidi degli uccelli, alle dighe dei castori, o alle termitaie: sono tutte strutture che minimizzano l’impronta ecologica, massimizzano la funzionalità e si adattano perfettamente al contesto. Integrare questi principi nella nostra architettura e nel nostro design può ispirarci a utilizzare materiali locali e rinnovabili, progettare per l’efficienza energetica, per esempio, sfruttando la ventilazione naturale, l’illuminazione solare e l’isolamento termico passivo. Sempre guardando al mondo animale (di cui noi facciamo parte) possiamo creare edifici che si integrino nel paesaggio, minimizzando l’alterazione degli ecosistemi. Ma soprattutto possiamo, dobbiamo, adottare il concetto di “cradle-to-cradle”: Dove i materiali possono essere riutilizzati o riciclati all’infinito, proprio come in natura.
Il design può davvero essere rivoluzionario e guidarci verso scelte di vita più sostenibili e inclusivo?
Sì, il design può essere davvero rivoluzionario e guidarci verso scelte di vita più sostenibili e inclusive. Il design non è solo estetica, ma è un processo che plasma oggetti, servizi, spazi e sistemi, influenzando profondamente i nostri comportamenti e le nostre abitudini. Un design consapevole e orientato alla sostenibilità e all’inclusività può rendere le scelte sostenibili più facili e attraenti. Progettando prodotti che durano di più, che sono facilmente riparabili, riciclabili o compostabili. La mia proposta di design multinaturalista è una critica radicale alla progettazione neoliberale. Il ruolo di chi dà forme a come abitiamo il mondo, oggi più che mai, è di fondamentale importanza. La responsabilità di immettere sul mercato prodotti sostenibili e rispettosi dell’ambiente, di abitare case a basso impatto ecologico e sociale non può essere ignorata. È tempo di abbandonare modelli produttivi errati che danneggiano l’ecosistema che ci ospita, un ecosistema che non è solo nostro, ma condiviso con tutti gli esseri viventi, animali e vegetali. Solo attraverso un design sociale, etico, consapevole e responsabile, capace di ripensare radicalmente i nostri modelli di produzione e consumo, potremo davvero “cambiare il mondo”.
Contributo fotografico e video di Anna Fumagalli










