Chi va per mare, anche solo per fare una passeggiata in solitaria, o in montagna, anche solo per fare un’escursione in mezzo ai boschi, sa quanto alla natura bastino pochi istanti per trasmettere i valori essenziali della vita e farci riconciliare con essi, con il creato, con noi stessi.
Il cellulare si mette via, Spotify si spegne e si ascolta il rumore del vento, si respira l’odore del mare, del cirmolo, del pino mugo, del corbezzolo, del bosco. E mentre si contempla questa bellezza che avvolge, si cura la propria anima. Non si ha bisogno di altro. Tutto sembra lontano, effimero.
“Quando sono in montagna la vita è incredibilmente semplice”. A pronunciare questa frase così pregna di verità è Marc-André Leclerc, uno degli scalatori più forti e al contempo poco conosciuti della storia recente. Per lui andare in montagna significa arrampicarsi in pareti verticali a mani nude, senza corda, con solo le scarpette da roccia o magari scalare le montagne più tecniche e difficili sempre e solo, senza nessuno nemmeno per di supporto, anche di inverno, quando le cime sono sferzate da tempeste con venti fortissimi, mica fare semplici passeggiate rigeneranti tra abeti e tassi.
E a lui, alla sua storia, alla sua incredibile vicenda, al suo spirito che è dedicato “The Alpinist, uno spirito libero”, il documentario firmato da Peter Mortimer e Nick Rosen, prodotto da Red Bull Media House.
Chi ha avuto la tempestività di andare a vederlo (il film distribuito da Nexo in collaborazione con il Club Alpino Italiano e Trento Film Festival, infatti è rimasto nelle sale solo tre giorni, il 7, l’8 e il 9 marzo) si sarà subito accorto che non avrebbe assistito a un film in stile hollywoodiano, tutto adrenalina, eroismo e suspence che tengono incollato lo spettatore alla poltrona e senza fiato. Pietro Lacasella, curatore della seguitissima pagina Alto-Rilievo / voci di montagna in un post dedicato a “The Alpinist” ha dissipato ogni timore: “Se il suo modo di scalare tende la mano a questi ‘Marvel d’alta quota’, il suo approccio alla montagna si è mantenuto inalterato anche di fronte alle telecamere. Ed è questo, forse, l’aspetto più interessante del film, tant’è che i produttori sono spesso dovuti scendere a compromessi per preservare inalterata la passione di Marc”.

Quando sullo schermo compare per la prima volta questo ragazzone con i capelli arruffati, timido, dal sorriso sincero, un po’ goffo si ha subito la sensazione di trovarsi davanti una sorta di fricchettone delle montagne, uno spirito libero. Un ragazzo che che vive la montagna spiritualmente. E forse è questo il suo segreto, da qui deriva il suo talento per l’arrampicata, che compie con un’eleganza e un’armonia da far sembrare perfino facile salire a mani nude, senza corde, su una parete a strapiombo.
Questa sua capacità di entrare in relazione con la roccia, con la parete che ha fatto raggiungere a Marc-André Leclerc traguardi incredibili, come il completamento della “Torres trifecta” nella Patagonia argentina, ovvero la salita sul Cerro Torre (dove di recente ha perso la vita l’alpinista italiano Corrado “Korra” Pesce), Aguja Standhardt e infine la Torre Egger, che è mostrata nel documentario; o come la salita, sempre in solitaria, della via “Infinite Patience sull’Emperor Face del Monte Robson, la cima più alta delle Montagne Rocciose Canadesi, 3.954 metri
(ATTENZIONE: DA QUI IN POI RISCHIO SPOILER)
Il film si apre con Peter Mortimer che casualmente si imbatte nel nome di Marc-André Leclerc. Provano a fare una ricerca sul web per cercare qualcosa ma trovano poco e niente.
Il giovane canadese, classe 1992, non è come altri alpinisti e arrampicatori, attenti all’immagine, alla sfida con gli altri, agli sponsor. A Marc-André non interessa minimamente sapere se c’è qualcuno che sa che in quel momento sta scalando, che ha raggiunto una certa cima, aperto una certa via, in un certo modo. A lui non interessa nulla di tutto ciò.
Marc-André non scala per sport, non ascende per sfidare qualcuno o per battere un record. Non arrampica per gli sponsor, per la fama, per soldi. Arrampica solo ed esclusivamente perché lo fa stare bene. E gli fa ancora meglio arrampicare in solitaria. Il suo è un approccio totalmente spirituale alla montagna.
Ed è proprio questo approccio a creare quel problema ai registi. Marc-André è sofferente alle costrizioni e alle regole che un documentario impone. Marc-André è nomade e solitario, non possiede un’auto e per molto tempo nemmeno un cellulare, difficile per lui adattarsi alla presenza di qualcuno che lo filma mentre scala, specie se è la prima volta che ascende su una parete. Sparisce per settimane, non risponde al telefono che la produzione gli ha dato, perché lui di telefoni non aveva bisogno. Lo trovano, dopo tempo, e scoprono che voleva scalare, da solo ovviamente, la Torre Egger, nella Patagonia argentina, ai confini del mondo. In inverno. Trovano un compromesso: Marc-André accetta di ascendere con una videocamera ma senza la presenza di alcuno.

Il ritratto di questo ragazzo è affidato alla sua viva voce, alle testimonianze della compagna, Brette Harrington, scalatrice anche lei, che gli ha fatto riscoprire i suoi valori fondamentali in un momento di smarrimento della sua vita, dei suoi amici, di altri scalatori, come Alex Honnold, Wil Gadd, importanti al vero e proprio mito, il nostro Reinhold Messner che sottolinea che le scalate in solitaria come quelle che compie Marc-André, specie se compiute in inverno, “è l’arte di sopravvivere nelle situazioni più folli”.
Ma il ricordo più dolce, è quello della mamma, Michelle Kuipers, che ha raccontato dei problemi del giovane Marc-André, del disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) che gli impediva di stare a scuola. La mamma però asseconda le esigenze del figlio, il suo talento nell’arrampicata e la sua sua voglia di scoprire il mondo non nel chiuso di un’aula ma all’aria aperta, una versa e propria scuola impropria. “Quando scalava era libero di essere se stesso”.
E in montagna si è sempre sentito libero. Lo dimostrano le immagini straordinarie, nel vero senso della parola mozzafiato (specie per chi soffre di vergini), degne della qualità che ci ha abituato il team media della Red Bull con i suoi video su sport estremi e spettacolari. Il montaggio, poi, è stato eseguito magistralmente. Peter Mortimer e Nick Rosen hanno dato ritmo al documentario, che scorre velocissimo fino al climax, che sa di beffa per uno che amava salire in solitaria e lasciare il telefono a casa arrivare sul picco di una montagna assieme a un compagno di cordata e assieme a lui fare un video e trovare campo per mandare un messaggio alla compagna e ai familiari.
Marc-André Leclerc verrà ricordato per aver contribuito a ridare all’alpinismo, alla scalata quel senso etico, filosofico, spirituale che negli anni stava perdendo.
Questo film è un documento importante perché lascia una traccia di uno scalatore che di tracce dietro di sé ne aveva lasciate ben poche. Ma soprattutto è fondamentale perché come effetto ha quello di eliminare tutte le sovrastrutture che in questi anni si sono stratificate sull’alpinismo e sul vivere la montagna: sponsor, business, lo stesso concetto di sport e di sfida hanno progressivamente velato il vero spirito di chi si approccia alle vette, anche solo per ammirarle da lontano.
“Quando sei in montagna è come se tutte le superficialità della vita evaporassero”. È questa la grande eredità che ci ha lasciato Marc-André Leclerc. Una verità che sa chiunque calzi un paio di scarponi anche solo per fare una passeggiata nei boschi ma che spesso poi si dimentica quando si torna in città. Lo spirito di Marc-André invece ora è lì, a ricordarcelo. Sempre.










