È il 300 d.C. e alla corte di Diocleziano stanno dando una festa: Sebastiano è accusato di simpatia verso i cristiani e viene esiliato in un avamposto militare popolato da soli uomini.
È il 1976 e Derek Jarman, artista inglese poliedrico e cineasta d’essai, dichiaratamente omosessuale e attivista nel movimento queer e lgbtqia, decide di ambientare questa storia (rivisitata) sulle spiagge brulle e rocciose di un’assolata Sardegna, nel sud-ovest, al confine del Sulcis. “Sebastiane” è il primo lungometraggio del regista Derek Jarman, con Leonardo Treviglio, Barney James, Neil Kennedy e Lindsay Kemp.
Ecco che dopo pochi minuti dall’inizio del film scorgiamo e riconosciamo subito Cala Domestica, con le sue insenature e falesie imponenti, la sua torre spagnola che si erge dominante sopra acqua e pietre, sopra territori minerari perfetti per l’ambientazione di questo queer movie diventato un cult, dove Derek Jarman dona la vita a soldati romani e ai loro rapporti d’amore, sessuali e di cameratismo.
In questa pellicola il regista ha riletto il martirio del santo gay per eccellenza in una chiave sadomasochista, offrendo sia una rappresentazione lirica di quella che era la sessualità dei nostri antichi antenati della Roma imperiale, poco inclini a distinguere l’amore eterosessuale da quello omosessuale, sia un’analisi di tematiche più profonde come il rapporto tra sesso e potere, la forza distruttrice della passione non corrisposta e dell’ideologia religiosa; il soldato Sebastiano infatti, nonostante sia attratto dal suo ufficiale, resiste alla passione e si autopunisce masochisticamente perché si sente colpevole, mentre Severo, non potendo avere Sebastiano, sublima il suo desiderio in sadismo e lo condanna a morte trafiggendolo con delle frecce.
Non è chiaro da quando e perché San Sebastiano sia associato al mondo gay, potrebbe essere frutto di una storia che circola già dalla fine del 300 d.C. che riguarderebbe un rapporto fra Sebastiano e l’imperatore Diocleziano, ripresa anche da Gabriele D’Annunzio ne “Le martyre de Saint Sébastien” nel 1910 e appunto in questa pellicola nel 1976.
Oltre all’importanza di questo film per il mondo lgbtqia grazie alle sue tematiche mostrate sfacciatamente che ai tempi erano ancora considerate scandalose (il film fu rifiutato al festival di Cannes, per poi essere di nuovo osannato negli ultimi anni, soprattutto dopo la morte del regista nel 1994), è lo stile e la regia che lo hanno reso importante e fondamentale nella cinematografia underground. Quello di Jarman è un film anestetizzante, dove l’estetica e il gusto per l’inquadratura prevalgono sulla trama: troviamo sequenze con chiari rimandi alla pittura del 1400/1500, pennellate di colori che richiamano un certo cinema di Pasolini, un uso della lingua latina nella recitazione, ralenti e campo lungo per enfatizzare le scene.
La colonna sonora di Brian Eno si sposa perfettamente con le ambientazioni brulle di questa parte di Sardegna, creando un commento musicale onirico e sospeso legato indissolubilmente ai rumori della natura, dell’acqua e del vento che accompagnano in maniera quasi trascendentale il finale martirio di Sebastiano, donandoci un senso di raccoglimento religioso nel momento dell’esecuzione, realizzata con uno straordinario grandangolo finale.










