Fieri di essere nostalgici se la nostalgia ha i suoni della chitarra di Mike Stern. È duro a morire il fascino della fusion, genere che nella sua lunga storia ha generato un’infinità di gruppi e solisti e altrettanti lavori discografici. Certo, la fusion ha esaurito da decenni la vena creativa e convincente di un tempo, ma i suoi beniamini continuano ad essere apprezzati e seguiti da un pubblico di fedelissimi che a quella stagione è rimasto saldamente legato. Una prova confermata dal concerto che il chitarrista statunitense ha tenuto domenica sera al Conservatorio di Cagliari per il Culture Festival organizzato dal musicista Simone Pittau: quasi cinquecento persone, tra spettatori maturi (la maggioranza) e volti giovani.

Stern, infatti, continua a rappresentare un solido punto di riferimento per gli amanti della sei corde. Oggi come ieri, le sue composizioni iniziano nella maggior parte dei casi con brevi riff, che via via si estendono con variazioni nel tessuto timbrico e ritmico e nell’accostamento di climi differenti, proposti sempre con l’inseparabile Yamaha Pacifica 1511MS.
Affiancato da una solida band (Leni Stern alla chitarra elettrica, n’goni, voce, Bob Franceschini al sax, Jimmy Haslip al basso elettrico, Dennis Chambers alla batteria) l’ex chitarrista di Miles Davis (che anche nella stagione della fusion scoprì strumentisti di talento, portandoli prima sotto la propria ala e dopo lasciandoli liberi di percorrere la loro strada), ha regalato un set incentrato sugli ultimi due album, “Trip” e “Eleven”, in cui ogni brano appariva come un piccolo scrigno magico dove il virtuosismo non si sovrapponeva al racconto, e il dialogo interno si snodava attraverso un empatico gioco di relazioni che abbracciava ora un lirismo intimo e sognante ora toni accesi.
Una narrazione che nel suo procedere incrociava la genuina sintassi del rock (il brano di chiusura era dedicato a Jimi Hendrix), le calde atmosfere del blues, gli irregolari fraseggi bop, che qua e là offriva intensi dialoghi a due e ottimi interventi individuali. Alla fine pubblico in piedi e lunghi applausi.











