Nel 1884, quando Enrico Costa diede alle stampe il suo romanzo, la storia delle gesta di Bastiano Tansu, “Lu Mutu”, come lo chiamavano ad Aggius, travalicava i confini della Gallura per diventare leggenda e con essa la saga di quella che lo scrittore Giovanni Ricci avrebbe chiamato “la madre di tutte le faide”. Una storia che nei secoli non ha mai smesso di incuriosire e appassionare, ispirando canzoni, poesie, spettacoli teatrali e finalmente un film. Un lungometraggio, infedele rispetto alla “sceneggiatura” originale e che Matteo Fresi ha riscritto assieme a Carlo Orlando e girato nel set naturale dell’entroterra alle falde del monte Limbara, che riporta sul grande schermo quei fatti, senza tuttavia – operazione tutt’altro che semplice, visto che si parla di banditismo e vendette – cedere a canoni scontati e cliché narrativi. Abbiamo assistito alla prima cagliaritana de ‘Il Muto di Gallura’ allo Spazio Odissea, vi raccontiamo come è andata.

La Gallura dell’Ottocento è una terra di faide, fuorilegge e ammutinati, con ben 84 latitanti in fuga dalla giustizia del re di Sardegna. La terra delle 188 cussorgie, dei 1568 stazzi e dei pochi paesi, fra i quali tra storia e mito spicca Aggius, un villaggio dagli “abitanti fieri, nervosi, impalpabili nei loro odi secolari, energici di carattere, temprati nell’acciaio” e con una “naturale tendenza” per la poesia e per la musica, che “a parte uccidersi l’un l’altro per futili motivi” – per dirla con Sergio Atzeni – vivono felici, o almeno ogni tanto ci provano.
Questo è quanto si respira nelle immagini del rito solenne dell’abbrazzu, celebrato nello stazzo di Giunchizza nel 1849, con lo scambio dei doni, e la prigunta, dove il mandattaghiu – l’emissario delegato dalla famiglia di Pietro Vasa (Marco Bullitta) – chiede in sposa la giovane Mariangela (Noemi Medas) figlia di Antonio Mamia,(Giovanni Carroni) figlio a sua volta di Pietro, leggendario abigeatario e contrabbandiere conosciuto come Luzzitta, famoso per le sue imprese banditesche e per l’abilità nell’usare l’archibugio. Tuttavia l’allegria dei canti, delle danze e il fervore dei suoni, così come la concordia e il rispetto, non sono destinati a durare a lungo. Sono sufficienti gli strascichi di una lite mai superata del tutto fra i Vasa e i Pilieri, parenti stretti dei Mamia, innescata da uno sconfinamento di pascolo, per mandare all’aria il matrimonio e la concordia, con Pietro che preferirebbe la morte a una parentela acquisita con Salvatore Pilieri (Fiorenzo Mattu) e famigli e Antonio Mamia, che reputa il gesto lesivo dell’onore e del prestigio del suo casato, un’offesa compromettente che può essere lavata soltanto col sangue.
Il ferimento di Pietro Vasa del 19 marzo 1850 da fuoco alle polveri della guerra; è l’inizio della nimistadi, una faida che mieterà oltre settanta vittime, una carneficina che coinvolgerà anche donne e fanciulli, alla quale non riuscirà a opporsi il parroco don Michele Secchi (Nicola Pannelli), e che neppure i dragoni comandati dall’intendente di giustizia (Aldo Ottobrino) non riusciranno a stroncare. Il primo morto della novella mattanza, in un paese come Aggius sconvolto per tutto il secolo da una serie impressionante di omicidi, fra i quali si contano anche quelli di tre sindaci, è Michele Tansu (Fulvio Accogli), il fratello di Bastiano “il Muto” (Andrea Arcangeli) che da quel momento comincerà a far parlare la bocca del suo fucile e sotto la sua infallibile mira i morti non si conteranno più. Soltanto la pace celebrata il 26 maggio 1856 al cospetto della Croce, con le “due famiglie disarmate di sangue che si schierano a resa” cantate da Fabrizio De André, che in questa storia trovò inequivocabilmente ispirazione per la sua canzone ‘Disamistade‘, darà una breve tregua al massacro.

Il regista è abile nel giostrare fra mito e storiografia e far emergere la figura di Bastiano Tansu facendo “parlare” il Muto, in una narrazione che non da spazio agli eroi. Pur essendo presenti alcuni elementi del cinema western è complicato trovarvi la figura del buono o del prode paladino che sfida il nemico in epici e cavallereschi duelli, mentre, d’altra parte abbondano quei personaggi che Sergio Leone definiva ” figli di puttana che sparano soltanto alle spalle”. Nessuno scontro alla O.K Corral insomma, con gli esponenti dei clan Vasa e Mamia che sono ben lontani dai fratelli Earp e dai rivali Clanton e McLaury, ma un racconto che pur strizzando l’occhio al dramma shakespeariano – e forse non è casuale che una buona fetta del cast provenga dal visionario ‘Macbettu‘ teatrale di Alessandro Serra – è alla fine, come sottolinea Fresi, più incline alla “tragedia mediterranea”, dove le cime granitiche della Gallura sono ben più tempestose di quelle dello Yorkshire.
A passi lenti, chiuso ne suoi pensieri, camminava per ore ed ore alla ventura. Di colle in colle, di balza in balza, egli si aggirava per quei dintorni, ma finiva sempre per ritornare al punto donde era partito, ad uno speco, chiuso fra tre blocchi di granito, intersecato da folte macchie di rovere e di lentischio (Enrico Costa, incipit de ‘Il Muto di Gallura’, 1884)
Al centro di tutto sta lui, il Muto, questo antieroe, emarginato dalla società e deriso per la sua menomazione, che ben presto diventa il terribile figlio del demonio, giovane spietato, cinico, risoluto e assetato di sangue che forse nella vendetta cerca uno scopo – come ha rimarcato l’attore Fiorenzo Mattu dopo la proiezione – una rivalsa alla sua triste condizione, e che quando incontra Gavina (Syama Rayner), la figlia di Anton Stefano (Stefano Mereu), amico dei Vasa che al momento del bisogno non si era sottratto al sacro dovere dell’ospitalità, scopre che la redenzione si può trovare anche negli occhi e nel cuore di una ragazza.
Forse il maggior pregio di questo film è proprio quello di esser capace di mettere in risalto l’umanità dei protagonisti e delle protagoniste, con tutte le loro fragilità e le loro contraddizioni, anche in una storia come questa che nella memoria popolare è ammantata di leggenda. Fresi ci riesce senza ricorrere ai canoni della letteratura e della cinematografia tanto cari al racconto banditesco isolano, e senza per questo rinunciare al pathos che il set naturale, la scelta della lingua gallurese per i dialoghi e soprattutto la trama musicale – moderna, innovativa, ma con un orecchio alla tradizione – dalle launeddas campidanesi sino ai versi di ‘Non si poni resistì’, poesia di don Gavino Pes resa famosa da Maria Carta – composta da Paolo Baldini Dub-Files (nome noto fra gli amanti del reggae italiano per la sua attività di dub master e per essere stato il bassista degli Africa United) riescono ad aumentare in maniera esponenziale. Per questo ‘Il Muto di Gallura è un film che sfugge alla – forse troppo frequente – smania di classificare, di incastrare un lungometraggio entro dei confini ben definiti o di trovarvi dei riferimenti a pellicole passate, che voluti o meno, indubbiamente ci sono, ma non per questo impediscono al lavoro del regista di Moncalieri di essere un unicum nel panorama cinematografico e che forse, finalmente, ha trovato una nuova strada per raccontare il nostro passato, invitando il pubblico a riflettere sul fatto che anche la più leggendaria delle storie, è pur sempre fatta dalle azioni di uomini e donne.
Girato in piena pandemia, con tutte le problematiche che questo ha potuto comportare, il cast, completato da Adele Armas, Maria Antonietta Caria, Felice Montervino, Andrea Carroni, Roberto Serpi, Francesco Falchetto e Nicolò Staffa, è riuscito – ci racconta Stefano Mereu, a creare un’affinità umana che in qualche modo è stata riportata sul set nelle tante ore di ripresa; un amalgama che ha contribuito in maniera rilevante alla riuscita del film.
La prima cagliaritana, presenti il regista e parte del cast, ha soddisfatto la platea del cinema Odissea di viale Trieste. Il film prodotto da Fandango e Rai Cinema, con il supporto della Sardegna Film Commission è stato l’unico italiano presentato in concorso al Torino Film Festival 2021 e sarà nelle sale italiane a partire dal 31 marzo.

“










