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Il fenomeno dell’anno si chiama Femminicidio. Il triste risultato di una società persa

Di Valeria Martini
23/12/2023
in Comunicazione e società
Tempo di lettura: 4 minuti
Il fenomeno dell’anno si chiama Femminicidio. Il triste risultato di una società persa

Mentre scriviamo, la morte nel cuore accompagna ogni tasto delle lettere di ogni singola parola che è necessario spendere per questo 2023 che volge al termine. Sono ad oggi 111 le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno.

Mamme, sorelle, figlie, amiche, mogli, compagne, lavoratrici

L’ultima donna è stata assassinata il 19 dicembre, aveva ventisette anni e si chiamava Vanessa Ballan. È stata uccisa in una località della provincia di Treviso. Il suo presunto killer è un uomo che era stato suo compagno per un breve periodo e che non aveva sopportato la fine della relazione. Era anche stato denunciato per stalking. Vanessa muore con sette coltellate all’addome. Era incinta, sembra al terzo o quarto mese di gravidanza. Aveva un figlio di quattro anni e un compagno che si pensa non sia coinvolto nell’assassinio. Il dato numerico ci porta a fare una media di una donna uccisa ogni tre giorni circa. È disarmante ed è allarmante.

Numeri freddi ma risultato di un fenomeno che scotta

Sono tristemente i numeri e i necessari report, come quello reperibile qui, a rendere tutto più freddo, quasi a spersonalizzare e allontanare da noi la gravità immensa del fenomeno femminicidio. Ma i numeri sono necessari quanto le debite categorizzazioni, quindi se si tratti di violenza famigliare o morte per altre cause, come rapina. I numeri servono per comprendere questa piaga che non accenna a guarire e che è specchio di un germe velenoso nella nostra società sempre più complessa, connessa con esteriori importanze senza reale peso e disconnessa dai valori fondanti la vita civile e del rispetto della vita stessa. Mentre componiamo questo articolo, la paura che un’altra donna possa essere uccisa è forte quanto sempre più marcata sta diventando questa realtà.

Sempre la solita storia e le sue varianti

Molte di queste morti hanno delle caratteristiche in comune: la donna muore, l’uomo uccide. La donna si sta sottraendo a una relazione o non l’ha mai nemmeno iniziata e sta declinando ogni proposta. L’uomo è stato denunciato per molestie o per stalking, in certi casi ha il divieto di avvicinarsi alla donna, ma non serve.

Vi sono altri casi in cui la donna muore, l’uomo che ha ucciso poi tenta di uccidersi ma non ci riesce, oppure è un uomo che ha gravi turbe psichiche, che assume terapie farmacologiche a contenimento di disturbi di tipo psichiatrico grave. Quindi persone che hanno perso l’esame di realtà e che vivono con l’imprevedibile camicia di forza dei farmaci, persone dalle quali è spesso necessario essere protette.

Ci sono, tra molte di queste donne uccise quest’anno, quelle che non hanno mai avuto il coraggio di denunciare il coniuge o il convivente per paura delle ripercussioni, ma spesso risultano vittime di percosse quotidiane, di maltrattamenti e costrizioni inaccettabili in qualsiasi nazione civile che difenda i diritti dell’essere umano e che, invece, risultano essere pratiche socialmente accettate e religiosamente contemplate se a perpetrarle è un uomo, padrone della donna.

Donne che ancora oggi devono camminare qualche passo dietro il proprio marito. Donne che ancora oggi devono lottare per la parità di diritti nella carriera.

Per un motivo o per un altro, l’essenza sembra essere che la donna sia qualcosa di meno, che possa quindi essere usata, programmata, promessa, sottomessa, vessata, sottopagata, deprezzata, declassata. Una donna alla quale ancora oggi, davanti al compimento di una grande impresa o al conseguimento di un risultato particolare si sente rivolgerle la domanda su come riesca a conciliare tutto ciò con la vita famigliare.

La cattiva conoscenza ma soprattutto una maturazione mai avvenuta

Perché alla base della violenza vi è una grande dose non tanto di ignoranza, ma di cattiva conoscenza e di trasmissione di credenze e prassi che rispecchiano uno sguardo svalutante e oggettivante della donna. Tuttavia, il problema non è solo quello della cattiva conoscenza, dal momento che a compiere questi gesti sono anche uomini che hanno avuto accesso alla cultura e che hanno ricevuto un’educazione e allora sentiamo motivare l’assassinio con il raptus.

Riprendendo, però, le parole del filosofo Umberto Galimberti, intervistato da David Parenzo nel programma “Che aria che tira” sul raptus che avrebbe colto Filippo Turetta, assassino di Giulia Cecchettin, il professore replica secco: “Il raptus non esiste, è un prodotto di fantapsicologia. Non si tratta neanche di una mancanza di autocontrollo. Dipende da un fatto: questo ragazzo non è passato, nella sua crescita, dal livello pulsionale al livello emozionale”. Questo significa che non ha idea della risonanza emotiva dei propri comportamenti.

Il valore dell’educazione alle emozioni

Se i numeri non sono rassicuranti, lo è ancor meno la figura che emerge dallo sfondo di queste storie tragiche ed è quella di una società nella quale troppe persone stanno perdendo il contatto con se stesse, mancando di quella evoluzione personale che è necessaria per passare dalla scarsa consapevolezza di sé ad una dimensione in cui la persona umana assuma la piena responsabilità di se stessa.

È un problema educativo, è un problema di tutti che va risolto col contributo di tutti, creando un raccordo tra il mondo dell’educazione, quello del benessere psichico e della famiglia la quale ha sempre più bisogno di sostegno e in special modo nelle persone dei genitori.

Non esiste la ricetta perfetta ma c’è la possibilità di osservare dove e come il meccanismo della violazione di ciò che è sacro, come lo è la vita stessa, non riesca più a entrare in sincrono con il meccanismo di ciò che è concesso fare. Sembra sbiadita le legge morale dentro di noi che ci consente di distinguere tra bene e male.

(Foto di Jackson David)

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