L’identità di genere non è un’entità astratta e misteriosa, ma un fatto che può provocare ansia, sofferenza e tormento. Ecco perché esiste in Italia da quarant’anni la possibilità di adeguare il proprio genere, fisico o anagrafico, all’identità che si sente come propria. Eppure oggi il tema, tornato di strettissima attualità con la discussione attorno al disegno di legge “Zan” contro le discriminazioni e l’istigazione alla violenza, è oggetto di polemiche che mirano a sminuirlo, a trasformarlo in opinione, sentimento, “visione antropologica” per usare le parole di Piero Fassina.

“L’identità di genere è reale e può provocare, in chi non ci si riconosce, angoscia e disperazione. Non è un vezzo passeggero ma un problema concreto”. Ad affermarlo è Giangiacomo Pisotti, che per trent’anni da magistrato e giudice del Tribunale di Cagliari si è occupato di persone che chiedevano formalmente l’autorizzazione al cambio di sesso. Ragazzi intrappolati in corpi femminili o donne nate con sesso maschile, ma indubbiamente identità differenti dai caratteri fisici. Sempre, situazioni che hanno generato una grande sofferenza, legata poi alla difficoltà di avere sereni rapporti sociali o trovare un lavoro. Per sanare queste situazioni esiste dal 1982 in Italia una legge, la numero 164, sulla rettificazione di attribuzione di sesso: un tribunale può riconoscere “a una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”. Il Tribunale cagliaritano è stato il primo, con sentenza del 25 ottobre 1982, ad applicare la norma appena approvata.
“Come presidente delle sezioni civili del Tribunale di Cagliari ho incontrato circa trenta persone che hanno fatto richiesta per cambiare sesso – ci racconta Pisotti, che oggi da magistrato in pensione osserva e commenta con grande sensibilità il dibattito italiano attorno ai diritti civili, dall’eutanasia alla parità alla lotta contro le discriminazioni – non ho visto mai leggerezza o indecisione ma sempre grandi tormenti personali. Prima di pronunciare la sentenza, insieme agli altri giudici abbiamo ascoltato le storie di ragazzi e ragazze che si sentivano ingabbiati in corpi non loro, che vivevano l’aspetto fisico come una prigione. Raramente abbiamo avuto bisogno di perizie psicologiche perché il disagio, la volontà di porre rimedio a un tormento era palese. In trent’anni ricordo solo due persone che abbiamo invitato a rimandare la scelta perché sembravano confuse, e infatti poi hanno deciso di non proseguire il percorso”.
La legge 164 del 1982 (e i giudici che da 29 anni la applicano) fotografa dunque una situazione concreta che in tanti oggi sembrano ignorare, consapevolmente o meno: l’esistenza di un’identità di genere che non corrisponde ai caratteri sessuali con cui si nasce. Come se non bastasse, la Corte Costituzionale nel 2015 ha sancito “il diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona” garantiti dall’art. 2 della Costituzione e dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani.

Ed è il tema su cui si è acceso forte lo scontro attorno al disegno di legge “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, che dopo l’approvazione alla Camera approderà martedì prossimo al Senato. Il disaccordo è proprio qui: i senatori della Lega, seguiti da Italia Viva e dal Gruppo delle Autonomie, si dichiarano favorevoli alla legge solo se verrà eliminata l’identità di genere. Se la legge passasse così modificata, punirebbe i comportamenti discriminatori e violenti su sesso, genere, orientamento sessuale e disabilità ma non quelli sull’identità di genere. Che in poche parole significa una ulteriore discriminazione delle persone transessuali.
Secondo i promotori della legge, primo tra tutti il deputato Pd Alessandro Zan, si tratta di una richiesta irricevibile, tanto più che “l’Italia è maglia nera in tema di omicidi nei confronti delle persone transessuali. Siamo il Paese in cui vengono ammazzate più persone transessuali di tutta Europa. Questa non è una mediazione, è una vera e propria crudeltà”.
“Queste proposte di modifica sono un chiaro il tentativo di togliere tutela penale a queste persone – conclude Giangiacomo Pisotti – Se anche questa legge alla fine verrà approvata non significa che da un giorno all’altro spariranno le discriminazioni, ma sarà un primo passo per abbattere la cultura di omofobia e transfobia che aleggia nel nostro paese”.
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