Nelumbo è il nome scientifico del fior di loto.
Ve ne sono di diversi tipi ma tutti presentano delle interessantissime caratteristiche.
Il fiore di loto affonda le radici nella melma, emerge dall’acquitrino. Acquitrino e la trinità dell’acqua, una a trina. Sembra una sciocchezza, ma in quel sacro schifo, il fior di loto trova tutto ciò che gli serve per venire alla luce, bellissimo e immacolato come pochi. Non è facile emergere dall’intrico di melma e foglie e filamenti vegetali tutti assembrati sotto la superficie dell’acqua putrida e ristagnante, eppure il loto ce la fa.
I petali sono impermeabili, sodi e leggermente vellutati. Nulla può macchiarli.
Quando il fiore di loto fiorisce, lo fa dopo una tale fatica che nel suo aprirsi emana luce, la luce della bellezza, la luce della conoscenza del male trasformato in bene.
È il fiore associato alla saggezza, all’equilibrio, all’illuminazione.
Ed è anche connesso ai chakra che si dicono essere ognuno un loto con un certo numero di petali. Il chakra alla base della colonna vertebrale ne ha 4, quello degli organi sessuali ne ha 6, il chakra del plesso solare ne ha 8, quello del cuore 12, della gola 16. Il chakra del terzo occhio ne ha due, l’ultimo, quello alla sommità del capo si dice loto dai mille petali. Nella scienza dello spirito, il fiore di loto simboleggia l’anima.
Insomma, un fiore che ha tanto da raccontare, moltissimo per ispirare.
Ciò che maggiormente mi affascina dei significati estraibili da questo fiore, è l’impossibilità di macchia una volta fiorito, il suo essere impermeabile a ogni sozzura, come se ci volesse suggerire che una volta venuti a capo delle nostre bassezze, delle torbidità, paure e difficoltà, non solo si diventa belli ma, praticamente, invincibili. Il male ti scivola addosso, la maldicenza pure, non esiste onta, possibilità di offesa, non si viene più colpiti né feriti. Ed è anche per questo che il loto rappresenta la mente illuminata, dove la calma e il retto pensiero conducono alla retta azione, al discernimento, all’amore e al non attaccamento. Se nulla ti può attaccare è anche perché a nulla tu sei attaccato. Il non attaccamento è la qualità del vivere la vita affidandosi alla vita, mettendo nelle sue mani ciò che sai di dover fare e di voler fare, il servizio che sei venuto a rendere a te stesso e, come estensione, al prossimo. Non succederà che il non attaccamento ti spalanchi strade dritte e spianate, ma certamente ti consentirà di attraversare le tortuosità con quel tanto giusto di rassegnazione e fede. Nessuna strada dritta conduce alla vetta. Se anche tu riuscissi a prendere il nobile sentiero di mezzo, che conduce diretto all’illuminazione, esso sarebbe comunque fatto di salite e discese, interruzioni e strapiombi, tornanti e lunghissimi rettilinei assolati.
Ma tu, col fiore di loto sul palmo della mano, come se fosse una lanterna che illumina il cammino, puoi proseguire fiducioso.
Sai che a un certo punto scorgerai altre luci, magari fioche e delicate, unirsi alla tua, piccolina e umile?
Sul sentiero dell’amore succede che tutti i fiori di loto si ritrovano e iniziano a vorticare, come la danza dei sufi, e nel girare e girare producono energia, come la dinamo. Tocchi la vita e giri, prendi e restituisci. Prendi attrito e restituisci luce.
(foto di Annie Spratt)









