Tornare a casa è sempre bello, e farlo dopo circa 220 anni probabilmente lo è ancor di più.
Potrebbe finalmente essere questo l’epilogo della vicenda che ha riguardato i preziosi, inestimabili, fregi del Partenone di Atene sottratti dalla loro legittima sede, l’Acropoli, per trovare una nuova casa nella lontana Londra.
Dopo un iniziale, ma categorico, rifiuto da parte del primo ministro britannico Boris Johnson a restituire alla patria natìa i marmi del Partenone, più recenti, e incoraggianti notizie parlano di un’apertura da parte di Londra, attraverso il ministro della Cultura Stephen Parkinson, ad accogliere l’invito dell’Unesco a “riconsiderare la propria posizione e procedere ad un dialogo in buona fede con la Grecia”.
Questo sarebbe il sempre più frequente, e auspicabile, sentimento di collaborazione tra Paesi che si sta cercando di avviare.
La vicenda
Protagonisti della vicenda dei preziosissimi resti archeologici, un firman dalla dubbia veridicità, l’ambasciatore inglese a Costantinopoli dal 1799 al 1803, e una insana passione per il collezionismo.
A ricostruire la storia l’archeologa greca Elena Korka, che spiega anche la genesi del nome Elgin Marbles (marmi di Elgin), dal nome di chi, sfruttando la propria posizione politica, trafugò oltre la metà della più importante opera d’arte della Grecia classica camuffando l’operazione da ‘regalo di commiato’.
In previsione della scadenza del proprio mandato, prima della ribellione dei greci agli Ottomani e sfruttando il favore del Sultano per l’aiuto ricevuto contro Napoleone, Lord Elgin (conte di Elgin – Thomas Bruce) mise su una squadra che in breve tempo fu in grado di imbarcare per l’isola britannica preziosissimi fregi, marmi e ornamenti grazie ad una fantasiosa interpretazione di semplice lettera che autorizzava ad eseguire dei calchi (per replicare delle copie) in un più articolato nulla osta a spostare le opere.
Sul caso aleggiano ancora parecchie ombre, tanto che le versioni ufficiali sono totalmente contrastanti con gli studi condotti dalla Korka. Wikipedia, ad esempio, alla ricerca ‘Marmi di Elgin’ cita: ”A seguito di un dibattito pubblico in Parlamento i marmi vennero acquistati legalmente dal governo britannico nel 1816 e trasportati al British Museum, dove ora si trovano esposti nella galleria Duveen, costruita appositamente per essi”.
Secondo il Ministero degli Esteri il Governo inglese, a motivazione del rifiuto alle reiterate richieste di restituzione, aveva opposto ”preoccupazioni ambientali come ulteriore ragione per tenere i marmi negli spazi climaticamente controllati del British Museum”, in considerazione del “grave inquinamento di Atene”.
Successivamente però a destare preoccupazione fu lo stato fisico dei locali del British museum che ospitava i marmi; alcune stanze infatti, nel corso del 2021 sono state chiuse per infiltrazioni dal soffitto.

L’Italia che dà il buon esempio

A dare il via ad una revisione del rifiuto inziale di Londra proprio l’Italia, con la restituzione del Fregio di Palermo, donato da Elgin al console inglese a Palermo, all’inizio del 2022.
Inizialmente si trattava di un prestito, ma non passando inosservata l’ironia della cosa l’iniziativa si è presto tramutata in una formale restituzione. Il gesto, pubblicamente apprezzato, è stato così commentato dal Primo Ministro greco Kryakos Mitsotakis “È la prima scultura del Partenone che rientra in Grecia“. L’orgoglio e la commozione, uniti a un po’ di mestizia evocati dalla pubblica dichiarazione, sono stati probabilmente ispiratori un nuovo spirito a favore del riconoscimento dei diritti.
Celebri restituzioni del passato

Sono diverse le storie di restituzione del maltolto, che infondono sempre più speranza nel riconoscimento dei diritti violati.
Celebre e non priva di scalpore la restituzione nel 2006 di svariate opere di Gustav Klimt alla legittima nipote Maria Altman, confiscate dai nazisti durante la seconda Guerra Mondiale nella dimora privata dei legittimi proprietari a Vienna. Una di queste, forse la più nota opera di Klimt, il Ritratto di Adele Bloch Bauer I, è stata restituita solo dopo una impegnativa causa legale tra l’erede dell’opera ormai emigrata negli Stati Uniti per mettersi in salvo dalle persecuzioni naziste e il museo del Belvedere viennese, dove nel frattempo l’opera era approdata.
Anche la Venere di Cirene è tornata a casa, in Libia, nel 2008 dopo 95 anni, trafugata durante una missione archeologica italiana in Libia.

La statua, acefala, rappresentativa di Venere Anadiomene, viene restituita al luogo d’origine dopo essere rimasta per lungo tempo in un deposito del Museo di Diocleziano a seguito di restauro.
Altra storia per quanto riguarda la richiesta di restituzione immediata fatta a marzo da parte della Russia delle opere ospitate temporaneamente nei musei italiani. È infatti iniziata così quella che in Russia è stata subito soprannominata “la guerra dei quadri”, coinvolgendo tutti i Paesi destinatari di opere d’arte in prestito.
Sarà per una sorta di ‘mediterraneità’, o per l’innata simpatia suscitata dal paese ellenico a seguito delle drammatiche vicissitudini economiche dalle quali solo ora la Grecia sta riemergendo, che, ricordiamo, sta rimborsando con quasi due anni d’anticipo il il prestito ricevuto dal FMI dopo il default del 2009, ma auspicare una felice e definitiva soluzione alla vicenda, e che questo avvenga per il tramite di un’iniziativa culturale, mette tutti d’accordo sul plauso dell’iniziativa e sull’auspicio di una definitiva soluzione in favore della ricomposizione dell’opera d’arte, della quale, si ricorda, solo il 45% è rimasto in patria (il 50% si trova al British Museum e circa un 5% disperso tra collezioni private in Europa).
Come dei moderni Monuments Men, dove nemmeno la Brexit ha potuto di più, i membri del Comitato Intergovernativo dell’UNESCO per la Promozione e la Restituzione dei Beni Culturali nei Paesi d’Origine (ICPRCP) si vedono vicini al raggiungimento di uno degli obiettivi prioritari da sempre per l’organizzazione, consentendo al tempio greco un ritorno agli antichi splendori.










