Aritzo, fra i più pittoreschi villaggi sardi, abbarbicato in uno dei contrafforti del Gennargentu, è pronto a svelarsi ai visitatori. Avvezzo da oltre un secolo a ospitare il forestiero, il viaggiatore o il turista, questa volta, in occasione di Monumenti Aperti, ha scelto di mostrarsi in maniera alternativa e di raccontarsi con i luoghi più rappresentativi della sua storia e del suo ambiente. Lo farà sabato 3 e domenica 4 giugno attraverso la sua rete museale, le sue chiese, il castello degli Arangino, le antiche neviere e il tacco naturale del Texile. Una ghiotta occasione per visitare il paese della Barbagia di Belvì, di goderne l’essenza storica e culturale, senza il clamore della rinomata e pluridecennale sagra autunnale che attira annualmente migliaia di ospiti, e di compiere un viaggio spazio temporale nella patria del poeta Bachis Sulis e del pittore Antonio Mura, dei carapinniargios e degli artigiani del legno, indiscussa pioniera del turismo montagnino isolano.

Pastori, mercanti e nevieri
Prima di acquistare la fama del paese della villeggiatura, Aritzo, aveva pagato lo scotto di un secolare isolamento. Se da un lato la natura l’aveva premiato con boschi rigogliosi e inesauribili sorgenti, da un altro l’aveva penalizzato, privandolo di terreni adatti all’agricoltura e allo sfruttamento dei campi e delle vigne. Così i suoi abitanti si industriarono per sfruttare al meglio quanto offriva l’ambiente montagnino del versante sudoccidentale del Gennargentu e dai suoi primordi, sino alla fine dell’Ottocento, oltre che allevatori, divennero artigiani e mercanti ambulanti, creando di fatto una comunità seminomade. Da una parte i pastori, che da ottobre sino ai primi caldi primaverili portavano le loro greggi nei Campidani e nel Sulcis-Iglesiente, dall’altra gli ambulanti, che esportavano in tutta l’isola castagne, nocciole, ciliegie, miele, torroni, manufatti e attrezzi da lavoro in legno fabbricati con maestria dagli ebanisti locali e la neve compressa. Per secoli il commercio del ghiaccio, regolato dalle istituzioni e concesso periodicamente in appalto, si basò sullo sfruttamento dei cavalcanti che portavano la preziosa merce a Cagliari, sfidando i diversi pericoli e le spiacevoli sorprese che le strade di un tempo potevano riservare, dove veniva usata per rinfrescare le bevande delle famiglie nobili che talvolta ne facevano “spreco indecente” tanto da costringere il Vicerè, nel 1763, a bandire i rinfreschi e a imporre che anche al Palazzo Regio la neve fosse usata con parsimonia. Ma dalla neve, gli industriosi aritzesi, cominciarono a trarre guadagno anche col commercio da sa carapinnia, un semplice sorbetto al limone che vendevano nelle feste popolari isolane e rinfrescava i palati dei partecipanti. Testimone di questa intraprendente tradizione è oggi una singolare rete museale, che ha aderito alla ventisettesima edizione di Monumenti Aperti, nello specifico con il Museo Etnografico ospitato all’interno del parco urbano di Pastissu, articolato in un percorso espositivo di otto sale tematiche, in cui sono presenti i reperti relativi alla cultura materiale della comunità, ma anche con Sa Bovida, l’antica prigione spagnola che ospita la mostra permanente su Magia e Stregoneria in Sardegna tra il XV e il XVII secolo e con la Casa Devilla, che assieme al Castello degli Arangino racconta un altro aspetto importante della storia locale, ovvero quello legato alla struttura del potere di queste famiglie, che assieme a quelle dei Caocci e dei Poddighe furono protagoniste nei commerci, nell’amministrazione, nel gioco di equilibri politici fra centro e periferia e anche di un sorprendente movimento culturale che avrebbe interessato a più riprese il paese di Aritzo fra la fine del XIV e i primordi del XX secolo.

Pionieri del turismo di montagna
E sul finire dell’Ottocento infatti che il paese comincia a rinnovarsi. La costruzione a stretto giro della strada che da Ortuabis conduce a Sa Codina e della linea ferroviaria Cagliari – Sorgono, che ha stazione nella vicinissima Belvì, spezzarono il secolare isolamento, o quanto meno resero più agevoli le comunicazioni e i traffici fra le pianure, le loro città e i centri montagnini. Fu allora che, forte delle sue bellezze naturali, della salubrità dell’aria e dell’eccellenza delle acque, che sempre più nutrite schiere di benestanti cagliaritani cominciarono a preferire Aritzo alle dimore di San Gregorio, eleggendola a loro patria di villeggiatura estiva. Fu un percorso lento ma costante quello che trasformò Aritzo nel paese, prima pioniere e poi capitale del turismo montagnino sardo, un percorso che lo cambiò anche architettonicamente, con la costruzione delle summenzionate dimore dei Devilla e degli Arangino alle estremità dell’abitato, con quella di deliziosi villini dei vari Caocci, Carta, Fossataro e con la ristrutturazione della chiesa parrocchiale intitolata a San Michele Arcangelo, anch’essa presente, assieme a quella di Sant’Antonio da Padova, nell’itinerario di Monumenti Aperti. All’epoca risale anche la nascita di un barlume di sistema ricettivo; prima tramite gli affittacamere, poi con l’apertura dell’albergo Simoncini, una famiglia di commercianti originaria di Praduro e Sasso, l’attuale Sasso Marconi, in provincia di Bologna, e della locanda Todde, antesignani di un prospero futuro ad alta vocazione turistica, quando gli alberghi di Aritzo sarebbero arrivati ad avere centinaia di posti letto. Non male per un paese che non ha mai superato i 2500 abitanti.

Poesia, arte e altre virtù
Di pari passò, come accennavamo, il comune conobbe anche una piccola rivoluzione culturale che si rispecchiava in un tasso di alfabetizzazione di gran lunga superiore alla media dei paesi circonvicini e dell’intera isola, dato che si evince dal gran numero di elettori aventi diritto presenti nelle liste dopo la riforma del governo Crispi del 1894, e aveva il suo fiore all’occhiello nel Circolo di Lettura, largamente promosso dai Poddighe e dai Caocci, possessori, questi ultimi, di una preziosa biblioteca privata ricca di volumi rari, dove ci si riuniva per leggere, discutere, ballare e giocare al biliardo. Figlia di questo risveglio fu anche la riscoperta nel 1906 dei versi di Bachis Sulis, il poeta bandito, per merito del nipote Sebastiano Devilla. Intanto, nel 1902 sarebbe nato anche un altro nobile figlio di Aritzo, colui che avrebbe raccontato la comunità attraverso i colori dei suoi quadri, diventando uno dei più considerevoli artisti sardi del Novecento, il pittore Antonio Mura, del quale si possono ammirare le sue maggiori opere nell’omonimo museo ospitato nell’antico palazzo municipale.
A completare questo articolato e interessantissimo percorso sono la visita al sito di Funtana Cugnada, dove prima dell’arrivo in Sardegna del ghiaccio dalla Norvegia e delle fabbriche del gelo, stavano alcune delle menzionate neviere e quella a Su Texile, un particolare tacco calcare di antichissima formazione legato a una leggenda, secondo la quale, da quest’altura, Sant’Efisio avrebbe predicato il vangelo ai barbaricini.
Un itinerario avvincente quello di Aritzo, che coniuga storia locale, natura, arte, tradizione e poesia, che si mette in mostra per questa edizione di Monumenti Aperti, “un’occasione di promozione del territorio e della cultura aritzese, ci tiene a sottolineare il sindaco Paolo Fontana, ma anche di crescita civile e culturale per i volontari, per gli studenti impegnati e per i partecipanti-visitatori”.










