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Festeggiare Gramsci per immaginare il nostro nuovo presente

Di Alessandra Marchi
22/01/2021
in Cultura, Editoriale
Tempo di lettura: 3 minuti
Festeggiare Gramsci per immaginare il nostro nuovo presente

Scriveva Antonio Gramsci alla moglie, il 23 gennaio del 1937, da Roma: “Cara Iulca, sai che non sono mai stato abituato a ricevere auguri e neanche a farne. A dir la verità mi sembrano tutte sciocchezze (o mi sembravano) convenzionali, ma per i ragazzi certo non è stata cosa convenzionale (e neanche per te, cara). Solo che mi è sembrato di comprendere che tutti voi abbiate creduto di dovermi ‘far la festa’ il 12, mentre io sono nato il 22…e voglio proprio essere festeggiato come piace a me: in questo caso voglio assolutamente una bella fotografia dei figli e tua… Sono passati più di dieci anni da che non ci vediamo; perché non vedersi più spesso in questa forma?…”
Avrebbe apprezzato Antonio Gramsci le tante celebrazioni e omaggi dedicategli più o meno ogni decennale di morte o nascita, e che quest’anno si accompagnano al centenario della fondazione del PCI, cui lui contribuì in modo sostanziale e profondo?

LEGGI L’ARTICOLO DI FRANCESCA MULAS: Buon compleanno, Nino


Se questa ricorrenza può dar luogo a nuovi processi su quanto fu e non riuscì ad essere il comunismo nostrano, può altresì diventare una buona occasione per fare l’inventario delle tracce depositate in noi – parafrasando proprio Gramsci – e nella nostra memoria di lui, e “far la festa” con le migliori immagini e con ancora possibili immaginari dell’eredità gramsciana.
Al di là delle innumerevoli citazioni ed aforismi del nostro rivoluzionario conterraneo, questo anniversario dovrebbe celebrare i tanti insegnamenti che innegabilmente rendono Gramsci così attuale, e si auspica, ancor più presente a noi ed alla nostra volontà di azione e trasformazione dell’esistente. È un bell’esercizio cui dedicarsi il cercare le forme per ritrovare Gramsci nello spirito critico e nell’azione quotidiana, nel senso del politico, dell’unione tra pensiero e prassi.

Iulka con Delio e Giuliano


Gramsci immaginava la fisicità delle persone care da cui era separato, chiedeva spesso di ricevere delle fotografie per avere un’impressione ‘più viva’, e nelle foto di famiglia cercava la vita, i rapporti tra Giulia e i loro figli benché non potesse immaginare oltre, cosciente di perdere azioni, reazioni ed emozioni del loro sviluppo, della loro formazione umana e storica. Eppure cercava incessantemente il dialogo, quello stimolo intellettuale che alimentava la sua passione conoscitiva e pedagogica, compresa la pedanteria, che riconosceva con ironia o con tormento.


Il confine tra sapere e sentire, evocato nei suoi scritti, lo colpisce nel momento a lui taciuto della perdita della sua cara madre, forza benefica e morale. La lacerazione fu violenta nel sentirne l’assenza. Anche a lei Antonio inviava o descriveva le fotografie di figli e nipoti.
Nelle sue lettere ai familiari emergono le idee di immagine, immaginazione, impressione, di ricordi come fotogrammi e sensazioni vivide: tutto ciò che attinge dal reale e dal possibile, fuori dal carcere, per non lasciarsi ‘schiacciare dalla vita vissuta finora’ (lettera a Iulca, ottobre 1936).
L’importanza del ricevere fotografie e lettere per una persona isolata dagli affetti e dalla vita sociale si collega al senso profondo della potenza creatrice del nostro pensiero, seppur immaginifico; questo mi sembra un monito inesauribile che viene dall’insegnamento gramsciano, e che coinvolge la possibilità e la volontà di cambiamento delle forme storiche dei rapporti sociali, di forza e potere.


A sua volta, Gramsci veniva immaginato da alcuni come un gigante, una presenza ‘ciclopica’ e ‘non un uomo così piccolo’, mentre oggi la nostra immagine della sua figura è persino ridondante e si confonde con la proliferazione di parole e citazioni di gramsciana memoria, con la rappresentazione artistica e culturale, purtroppo anche col citazionismo politico, producendo comunque una eco che risuona nel sapere collettivo.
L’augurio per questa doppia ricorrenza è di lasciarci ispirare dai suoi scritti e dalla sua vita esemplare, di cogliere nell’immaginazione una potenza creatrice e costruttivamente trasformatrice. È ancora necessario, come scriveva l’11 febbraio 1917 in ‘La città futura’, “Arroventare la propria anima e farne sprizzare miriadi di scintille”.

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